La genialità del pigro è passare per incapace. Attraverso questa strategia si assicura che nessuno lo importuni con lavori da svolgere.

Taser

Psicopattini elettrici


Prologo

Da un po' di tempo il mio telefono si spegne a caso. Oltre a questo, dopo il messaggio "la batteria si sta consumando troppo velocemente vuoi attivare il risparmio energetico?" l'ho autorizzato stupidamente. Da lì in poi lo schermo del telefono va in stand by ogni 5 secondi lasciandomi credere che sia morto. Per aggiungere un po' di pepe al tutto, il tasto laterale per riattivare lo schermo è rotto, bisogna premere forte e più volte, per capire se sia davvero spento o solo in stand by. Diciamo che gli ingredienti per il cocktail del nervosismo sono pronti per lo shaker.


L'inizio del disastro 

Gita a Torino, io e Cinzia parcheggiamo in Corso San Maurizio e camminiamo verso il centro, arrivati davanti a Palazzo Nuovo ho la brillante idea e dico: "prendiamo i monopattini?" Trent'anni fa avrei dato il documento e 5 Mila lire a in tizio e in un tempo stimato di due minuti, avrei avuto il monopattino. Oggi grazie al superlativo avanzamento tecnologico mi perdo mezz'ora di vita tra app, funzionamento delle stesse, registrazioni e conferme varie.

Alla fine ce la faccio. Inquadro il codice QR sul trabiccolo e una voce robotica in inglese dice "welcome on board". Prendo l'attrezzo e accelero, nulla. Cinzia mi guarda come una ranocchia sul loto, pigio di tutto, muovo di tutto, ci salgo e ripigio, mi do la rincorsa, gli parlo, lo accarezzo. I passanti e gli studenti dalle case intorno cominciano ad interessarsi al vecchio che bisticcia con il nuovo. 


La tempesta perfetta

Un'euro e quaranta dopo (due minuti a occhio e croce) lo rimetto a posto di fianco a tutti gli altri, clicco sul telefono "fine corsa". La app mi chiede di fare una foto e il tassametro si stoppa. Una piccola vampa e il diavolo compare divertito sopra un lampione. Intestardito inquadro un' altro monopattino, messaggio di benvenuto a bordo e lo schermo del telefono si spegne, immediatamente penso che sia morto, panico come un shampoo con l'azoto liquido. Mi muovo con lo schermo spento in avanti e due degli altri monopattini dicono "welcome on board, your money is like honey" clicco il tasto laterale ma lo schermo non si accende a questo punto il telefono è proprio morto. Un'profluvio di bestemmie si promana da me, potente e scricchiolante, come un incendio in un campo di fronte a una chiesa messicana. Cinzia, ormai abituata, tira fuori una siringa e comincia ad aspirare valium da una boccetta, io intanto tiro calci e pugni scomposti per aria. Dentro di me mi sento Dhalsim di Street Fighter ma dal di fuori credo proprio di no. Faccio cadere tutti i monopattini tipo domino, poi tiro giù bestemmie calde come pioggie primaverili su giovani amanti. 


San Vito Dancing Club

Penso a tutte le opzioni possibili, non mi viene in mente nulla. Ci sono! Corro verso la macchina. Scatto, venti metri, male al petto. Mi fermo a metà strada di fronte a un negozio di fotocopie. A quel punto un sospetto fioretto mi trafigge in petto, se metto il telefono sotto carica poi come faccio a tornare lì per fare la foto ai monopattini? (Dato che non tiene la carica e si spegne). Lacrime di nervoso come petrolio infuocato sgorgano dai miei occhi lunari, intanto il diavolo sul lampione ridacchia mangiando pop corn. In preda alla disperazione mi ricordo che nel portafoglio ho il cazzillo per aprire la chassis della SIM, Cinzia a quel punto mi ha raggiunto, idea! Scambio di telefoni. Smonto tutto convulsamente in mezzo alla strada, Cinzia prova a calmarmi ma ormai sono pazzo duro, il cazzillo cade, lo ritroviamo. La realtà mi picchia in faccia come il bullo nel cortile della scuola, se scambiamo SIM passeranno ancora venti minuti tra scarico app e iscrizioni varie non funzionerà. Tento il tutto per tutto, arrivo alla macchina e metto il telefono sotto carica, il livello di bestemmie si abbassa ad un lirismo sommesso ma originale, tipo lettura di poesie nel Greenwich Village. Tre minuti seduti in macchina, Cinzia prova a buttarmi addosso dell'acqua santa, l'ultima volta ha funzionato, nulla, l'acqua evapora prima di toccarmi. Poi senza dire nulla, provo il tutto per tutto, mi alzo come un vecchio Flash dalla sedia a rotelle della casa di riposo per supereroi, stacco il telefono e corro. Tutto rallenta, i pop corn cadono dalla bocca del diavolo che, vedendomi girare l'angolo, spalanca gli occhi da sopra il lampione e alzando i pugni, comincia a fare il tifo per me, la gente dai balconi sente un fremito elettrico nell'aria tipo ritorno al futuro e si gira appena prima di rientrare in casa, supero di nuovo il negozio di fotocopie, arrivo di fronte ai monopattini, apro la app, clicco termine corsa, mi chiede di fare la foto, fotografo tutto, la app di dice, sono 3 euro e 40, vuoi lasciare un commento? 

Cinzia intanto mi ha raggiunto paziente come un buddha, prende il mio braccio con la dignità di un'infermiera specializzata in specie aliene e mi sussurra tranquilla come un carillon in una soffitta di Parigi "ti serve un telefono nuovo".

Abbiamo poi continuato la nostra passeggiata verso la fiera delle piante strane in piazza Vittorio.

Ah, ho comprato una pianta carnivora.

La dittatura dell'uguale è un uroboro sociale

Si fa molto in fretta a confondere l'uguaglianza con la somiglianza, sono però due cose differenti, la prima è un'utopia, la seconda è un diversivo storico. Con il passare del tempo non stiamo più lottando per acquisire maggiori diritti, ma per assomigliarci tutti.
Si potrebbe quasi sostenere che in un sistema così capillarmente diffuso come il capitalismo (al punto che ormai ha assunto per molti versi i tratti di una religione) questa somiglianza tra le persone sia inevitabile, anzi, per usare la parola più infangata degli ultimi anni, naturale.
Ci assomigliamo mentre ci livelliamo verso una figura di neo-consumatore apolitico, ateo, asessuato, cioè un essere umano privo di qualsivoglia connotazione specifica. Si potrebbe notare, non senza malizia, che destrutturare l'individualitá aprirebbe forse le porte a tutta una nuova serie di mercati.
Ad esempio i supermercati e le farmacie del futuro potranno comprendere prodotti e cliniche low cost di chirurgia estetica per individui sessualmente indecisi.
La propaganda sotterranea che ci ha portato a tutto questo è cominciata molti anni fa. Stilisti impossibilitati ad avere corpi diversi da quelli che avrebbero voluto, hanno umiliato la femminilità rasandole i capelli a zero e rendendola anoressica, hanno femminizzato l'uomo proponendo un modello muscoloso ma con lineamenti femminili, corretti con maquillage e chirurgia estetica.
La peluria sul corpo che ha sempre caratterizzato l'individuo sessualmente adulto, è diventata a poco a poco cosa sporca e volgare.

Gli adulti assomigliano ai bambini
Gli adulti assomigliano ai bambini perché non vogliono invecchiare. L'individuo vecchio è fermo in un mondo dove la mobilità e la velocità sono fattori predominanti. Se si ferma, egli diviene uno sconfitto.
All'esame oculistico per il rinnovo della patente, gli esaminatori mettono firme di avvallo e guardano con una certa indulgenza vecchi di settant'anni mezzi ciechi, che pretendono di continuare ad esistere nel flusso metallico delle autostrade. La giovinezza è salva, il mercato delle automobili pure.
Gli adulti assomigliano ai bambini perché da giovani si passa il tempo a cercare di accumulare ricchezza e da vecchi lo si passa a cercare di recuperare la giovinezza perduta.

I bambini assomigliano agli adulti
Le età si avvicinano nell'uroboro sociale, anche questo è un tentativo ingenuo di esorcizzare la morte, di rinviarla. Bambini ipertecnologici che non hanno più spazi loro, ma ne occupano di sempre maggiori nel mondo degli adulti. Bambini che fanno cene mentre gli adulti guardano, bambini che si autodeterminano sessualmente. Diventeranno presto dei dittatori casalinghi adolescenti in un mondo senza sberle. Ragazzini senza figure di riferimento adulte, che non temono più nulla e osano di tutto.
Giovani promossi agli esami della vita senza fare nulla, senza merito o forma di competizione alcuna, se non il videogioco.
Essi hanno come unico modello imitativo l'influencer, il quale è molto spesso, un adulto che si finge ragazzino, un incursore strategico nei mondi giovanili che inocula nuove mode facendosi pagare dal miglior offerente (ma in fondo i paninari cos'erano?). 
Da notare inoltre come le più recenti modalità di visualizzazione di YouTube assomiglino sempre di più alla vecchia televisione, prima non c'era pubblicità ed ora c'è, prima la si poteva saltare ed adesso, sempre più spesso, diventa obbligatorio subirla.
Allora cosa c'è di nuovo?
Che la nuova televisione a chi la produce non costa più nulla, perché un branco di dementi affamati di vanagloria diventano presentatori, opinionisti, esperti di videogames o quant'altro, ma lo scopo alla fine è sempre lo stesso, guadagnare soldi dalla pubblicità, vi ricorda qualcosa?
L'influenzatore ti insegna che puoi diventare ricco stando a casa davanti a un monitor e i giovani gli credono.
Ultimamente il miglior amico del figlio della mia compagna alla domanda "che scuola hai scelto?" ha risposto "una scuola che t'insegna a vendere le cose su internet".
Naturalmente senza nessun operaio che produca tutto l'esistente, tutti questi startupper tra qualche anno prenderanno la realtà in faccia come un muro ai duecento all'ora.
E chiunque non abbia genitori abbastanza ricchi da fargli aprire facebook o sostenere i propri fallimenti, dovrà andare a lavorare come tutti gli altri.
I giovani crescono troppo in fretta, assimilando il peggio del valori della modernità, anche se poveri, appena ne hanno occasione diventano immediatamente voraci consumatori di beni di lusso.
La religione cristiana con i suoi precetti morali era un limite, il capitalismo è la religione della mancanza di limiti. In ogni caso si sarebbe potuto sostituire un sistema di valori sbagliato e obsoleto, ma di sicuro non con la religione che ha come unico valore il profitto personale a tutti i costi.

I dipendenti assomigliano ai capi
Tutti stratupper, tutti partite iva, tutti padroncini, tutti presi nel grande mercato del business e del management, tutti capi insomma, se non di qualcuno almeno di noi stessi.

I capi assomigliano ai dipendenti
Miliardari trentacinquenni vestiti da ragazzini che provano, senza riuscirci, a mimetizzare le proprie ricchezze, continuando ad ostentare la figura del giovane semplice, ma i numeri dei loro patrimoni spropositati sono su tutti i giornali e il giochino non funziona più.
Mark Zuckerberg eternamente giovane, guarda basito una commissione di adulti che lo accusa.
Sono gli stessi che lo hanno spinto a produrre la mostruosità di cui oggi è a capo.
Così come la scienza da almeno un trentennio non ha prodotto quasi più nulla che abbia avuto una rilevanza rimarchevole nel mondo reale, questi neo-ricchi, per la maggior parte, sono diventati facoltosi attraverso un sapere futile, generatore di miraggi elettronici e ipertecnologici che non produce niente di fisico, se non dei neo-modelli di business per lo sfruttamento di altri esseri umani (amazon, glovo, etc.).
Il paradosso sta nel fatto che questi miraggi nonostante la loro natura effimera, hanno provocato un peggioramento della società, fisico e tangibile. Man mano che i mondi virtuali diventano più colorati e dettagliati, la realtà procede di pari passo in senso contrario. Intanto, complice la novità delle pandemie, ci avviamo verso un'epoca in cui le occasioni di uscire di casa saranno sempre meno. Il consumatore odierno è immobile, e chi è fermo a subire la dittatura del pornocromatismo, non agisce più nel mondo reale, intendendo quest'ultimo come rete di relazioni tra le persone nel mondo fisico.

Gli uomini assomigliano alle donne
L'uomo perde ogni connotazione, perché uomo oggi significa violenza e volgarità. L'uomo che smette di occupare spazi tipicamente maschili, comincia ad occupare spazi femminili. L'uomo di oggi è privato di ogni connotato maschile se non quelli che servono ancora il capitale e la procreazione.
Il liquid gender è l'ultima trovata radical chic, i figli delle star di Hollywood (ad es.Will smith o Angelina jolie) si autodeterminano sessualmente in giovanissima età, quindi, per il genitore borghese e suo figlio, compiere le stesse scelte, equivarrà presto ad uno status sociale modaiolo e imitativo.

Le donne assomigliano agli uomini
Uguaglianza significa anche buttarsi nella lotta, nel peggiore dei casi la guerra, nel migliore mancanza di tempo da dedicare alla propria famiglia.
La donna comincia ad assomigliare all'uomo, ma come già detto l'uguaglianza non è somiglianza. Nel livellamento forzato il primo perde parte della propria mascolinità e la donna rinuncia a parte della propria femminilità.
Tutto ciò che una volta connotava la donna sta andando a scomparire, 
In un mondo duro e competitivo, ella per esistere e resistere deve mascolinizzarsi, de-femminizzarsi e anche quando si veste e comporta da donna, spesso rinuncia a quella gentilezza, quella dolcezza, che potrebbero essere prese come segni di debolezza.
Niente più gonne a primavera.
Al giorno d'oggi, starlette a parte, le grandi figure di riferimento femminili nel panorama mondiale, le donne di successo, le donne importanti, assomigliano sempre più spesso a degli uomini esteticamente e caratterialmente.

Le categorie che si assomigliano sono sempre di più e formano un serpente che si mangia la coda. É come se dei cuochi che prima cucinavano tanti piatti diversi, smettessero di farlo e uscissero dalla propria cucina per chiedere agli altri "tu cosa cucini oggi?" Poi nel terrore di sbagliare, ma con ancora quel briciolo d'orgoglio di voler fare qualcosa di proprio e originale, tornassero a nella loro cucina e preparassero qualcosa di simile agli altri cuochi.
Nel tempo, la cucina di quella zona comincerebbe ad essere mediocre e un po' tutta uguale.
Ed è proprio questo che sta succedendo alla nostra socialità, ma a cosa è dovuto tutto ciò?
Per produrre una buona riflessione dobbiamo partire da una premessa valida e accettarla, ma come ogni ingrediente primo, sarà quasi di sicuro un po' indigesta.

Noi non siamo tutti uguali, non lo siamo mai stati e non lo saremo mai.

Perché ci connotiamo diversamente secondo, etnia, credenze religiose, estrazione sociale e infine sesso (inteso come geneticamente predeterminato).
Da qui in poi possiamo raccontarci tutte le barzellette che vogliamo, ed anche confonderci le idee, dirci che se facciamo il colpaccio diventeremo ricchi, o che se ci facciamo evirare con l'anestesia e i punti diventeremo donna, o che tutti questi anni immersi nell'acqua santa non hanno contato nulla, ma in realtà così non è.
Siamo nati tutti con un corpo che non ci piace, ci conviene fare il meglio che possiamo con quello che abbiamo, orientarci sessualmente come meglio ci aggrada e smetterla di raccontare ai nostri figli che se sono alti un metro possono essere campioni di basket, se si impegneranno molto, perché questo è il messaggio che passa nelle pubblicità e nei film ma non è la realtà. E illuderli non farà altro che fargli vivere una brutta vita.
Relativamente alla chirurgia estetica si può solo dire che confondere gli altri è una pratica proporzionale alla confusione mentale che si genererà in noi stessi.
Aggiungo che un mondo più giusto non sarebbe un posto in cui hanno tutti gli stessi diritti, ma diritti di base (sopravvivenza e dignità umana) universalmente riconosciuti per tutti e diritti maggiori che possono aumentare o diminuire rispetto ai meriti e al lavoro svolto per la comunità di cui si fa parte. 
Fuori da ogni ipocrisia si può anche dire che è logico (lo diceva già Platone) che le persone appena arrivate in un paese (a parte quelli di base) non possano avere gli stessi diritti di chi ha costruito quella società, perché altrimenti cesserebbero le rivoluzioni e comincerebbe il turismo dei diritti, mentre cioè i telegiornali parlassero di barconi, milioni di esseri umani prenderebbero treni o aerei per spostarsi in quella parte di mondo dove ottenere di più, senza esserselo guadagnato con la lotta sociale.
Vi ricorda qualcosa?

In fine diritti speciali per categorie specifiche, perché un diversamente abile o una donna incinta, per citare due categorie a caso, devono necessariamente avere qualche diritto in più per la condizione particolare nella quale si trovano, ma non essere inclusi per forza in contesti scolastici o lavorativi che li squalificherebbero e che loro, a loro volta, finirebbero per squalificare.

Lo avevo detto che era indigesto.


Un secondo prima
Capitolo 1
Una vita prima

Mentre la guardavo per l'ultima volta, pensavo che se fossi stato una stanza, sarebbe stata la mia cucina. Negli ultimi anni la mia casa si era ristretta ai suoi spazi essenziali. Certo, avevo anche altre stanze a disposizione, ma tutto quello che mi serviva era lì. Calda, pulita e disordinata, come un pezzo di musica jazz. Il resto della casa era il simulacro degli spazi che avrei potuto usare, se avessi vissuto meglio.
Niente figli e con le donne avevo chiuso da un pezzo, i cani li avevo lasciati perdere dopo aver raggiunto quell'età in cui non sai se vivrai più tu o loro. Per altro anche svegliarsi presto la mattina per portarli a spasso non era più, diciamo così, tra le mie priorità.
Dentro lo sgabuzzino avevo una capsula Soultech che ne occupava praticamente tutto il volume. Grigio metallizzata e blu, con una certa compostezza ipertecnologica e il suo design moderno, si sforzava di comunicare un'affabile tranquillità, ma a me sembrava solo quello che era, un sarcofago. Non aprivo mai la porta di quello stanzino e per diverso tempo il fatto di avere una mostruosità del genere in casa, mi causò non poco fastidio. Fino a quando, qualche anno prima, l'auto-eutanasia divenne socialmente accettata, per poi trasformarsi addirittura in una moda. Giovani particolarmente problematici, star fallite di youtube in cerca di un'ultima scintilla di vanagloria e infine la gente comune. Quando il governo obbligò tutte le persone anziane e sole ad averne una, l'acquistai e col tempo il mio fastidio dovette cedere il passo a una sobria rassegnazione. Avrei usato la capsula quando il dottore mi avesse diagnosticato una malattia qualsiasi da cui non sarei più potuto guarire, giusto poco prima di diventare un peso per me stesso o gli altri. La procedura era semplice e pulita, i soldi per la cremazione erano già compresi nel prezzo. Quando sarebbe stato il momento mi sarei sdraiato al suo interno e la mia vita sarebbe scivolata dolcemente verso l'oblio, o almeno così diceva la pubblicità. Al momento del decesso il personale della Soultech, che già aveva le chiavi di casa mia, sarebbe stato avvisato via e-mail per venire a prelevare il cadavere.
Stavo per dire addio alla mia casa quindi, il posto dove ogni tanto vagavano ancora felici, le anime delle donne che avevo amato. Stranamente però, tutto questo mi faceva sentire bene, forse un po' in colpa, ma in fondo ancora vivo.
A settant'anni trascorrevo la maggior parte delle mie giornate tra la cucina e il divano.
Uno stanzone unico diviso da un mezzo muretto, oltre al quale c'era il piccolo salotto che usai come tale, almeno fino a quando l'ultimo dei miei amici ebbe la forza di venire a farmi visita. I giovani non sapevano neanche più cosa volesse dire "andare a trovare qualcuno" e in ogni caso, dopo le prime piogge nere, anche io cominciai a uscire di meno e il salotto finì per diventare anche la mia camera da letto.
La cucina era il cuore caldo della mia casa, il piccolo tempio dei pochi piaceri rimasti. Il mio divano era un rifugio per i pensieri, nonché un santuario per solenni pisolini. La vita semplice dei vecchi soli è fatta di una specie di caos ordinato, libri letti a metà, una scacchiera con il quiz della settimana e un computer spento da molto tempo. Ah! e c'era anche quell'aggeggio che avevano tutti, la diavoleria che accende la luce, racconta le barzellette e ti dice cosa manca in frigo. Giaceva lì, in pezzi dietro al divano, l'avevo scaraventato contro il muro qualche anno prima.
Tenevo le medicine in cassetti dove non avrebbero dovuto essere, mischiate con vecchie fotografie che ogni tanto riguardavo. In quei momenti me ne stavo davanti allo specchio con un sorriso ebete, mentre i ricordi fluttuavano di fronte a me, nei giardini colorati del tempo. L'esercizio di richiamare alla memoria eventi come feste di compleanno, o nomi di vecchi amici, era malinconico e piacevole in egual misura. Oltre a questo, era anche un modo simpatico per testare quali parti del mio cervello fossero ancora vigili.
Avevo barattoli di conserve illegali fatte da me, una vecchia taser-gun mai usata sotto il cuscino e un mini proiettore per vedere qualche film, insomma, non me la passavo poi così male.
In ogni caso, se un giovane di quegli anni mi avesse fatto visita, avrebbe pensato di essere finito in un museo o peggio nella soffitta di una casa abbandonata.
Il mio mondo era tutto lì e quello che c'era fuori, m'interessava quanto mettere la testa in un nido d'api, tenendo presente che nessuno sapeva più che aspetto avessero quegli animali.


Capitolo 2
Un anno prima

La Terra aveva superato i quindici miliardi di abitanti ormai da tempo. Il trenta per cento delle terre emerse era sott'acqua. Il livello delle polveri sottili presenti nell'atmosfera era ormai altissimo, tanto che le città più grosse erano state evacuate. Le politiche ambientali, di green economy e infine addirittura di controllo demografico, avevano fallito. Inoltre, le nuove tecnologie edilizie sotterranee, o di bonifica dei terreni climaticamente più inospitali, non avevano dato buoni frutti.
Avevamo superato il tempo massimo per poter recuperare il pianeta. Entro l'anno si sarebbe verificato, quello che gli esperti definivano come il collasso meteorologico globale.
Alcuni super ricchi di ogni nazione avevano cominciato ad acquistare montagne, l'idea era quella di farle scavare all'interno. Avrebbero voluto far costruire delle enormi abitazioni residenziali sotterranee, blindate, isolate, con sistemi di areazione artificiali ed energeticamente indipendenti. Non ci si trasferirono mai e in ogni caso suppongo sapessero che, dato lo stato di degrado del pianeta, non sarebbe durata a lungo neanche per loro.
La forma più alta di presunzione umana fu quella di vivere per tanto tempo sull'orlo del disastro, pensando che non sarebbe mai arrivato. Finite le rivolte per il carburante, cominciarono quelle per l'acqua. Tutti i paesi entrarono in una feroce competizione per lo sfruttamento delle poche risorse energetiche rimaste, fino al punto in cui arrivammo a sfiorare un conflitto mondiale.
Queste premesse fecero sì che, dal duemiladuecento in poi, tutta l'esplorazione spaziale fu dedicata alla ricerca di un pianeta nuovo. Uno sforzo economico e tecnologico enorme, supportato da tutte le nazioni del mondo.
Dopo tanti anni, una vera sfida pacifica mise tutti i governi del mondo d'accordo. Se c'era rimasto un po' di buonsenso e talento negli esseri umani, era ora di tirarlo fuori e sfruttarlo per raggiungere questo obiettivo, trovare una nuova casa per tutti.


Capitolo 3
Un mese prima

Non ho bisogno di guardare delle foto per ricordarmene, fu un giovedì mattina. Stavo facendo colazione, il sintolatte e i corn flakes mi caddero di bocca, cominciai a frugare freneticamente il tavolo con le mani alla ricerca del telecomando. Quando alzai il volume del televisore ancora non ci potevo credere, la conduttrice stava dicendo che il nostro nuovo pianeta si chiamava Stenix 4, ed era pronto ad accoglierci. Guardai in strada, all'improvviso tutti gli schermi stavano mostrando le stesse immagini, scritte e colori, ovunque. Un telegiornale in ogni lingua andò in onda in tutto il mondo per quarantotto ore di seguito. Ce l'abbiamo fatta! l'abbiamo trovato! un mondo nuovo. Le sonde e i mini-rover avrebbero cominciato a inviare a breve i primi risultati. Dopo pochi giorni si seppe che Stenix 4 era quasi perfetto, aveva una stella che lo riscaldava, le sue giornate duravano venti ore e le sue caratteristiche sembravano del tutto simili a quelle della Terra. Animali differenti ma non troppo pericolosi, specie vegetali diverse ma in minima parte commestibili e per ulteriori conferme, molto presto un piccolo insediamento umano avrebbe cominciato a condurre studi più approfonditi.
Il sistema solare da raggiungere era molto lontano, ma un'altra grande scoperta scientifica ci diede ulteriore speranza. Una novità che avrebbe rivoluzionato i viaggi interplanetari. Il Giappone rese noto a tutti che grazie all'incredibile scoperta di uno studente, un'equipe di scienziati specializzati aveva potuto produrre e testare un nuovo tipo di sistema propulsivo. Sei mesi dopo, un team di ingegneri arrivati da tutti i paesi del mondo, annunciò il varo della prima astronave a reattori oscuri. Un gruppo di scienziati destinato a creare il primo insediamento sul nuovo pianeta, partì dopo poco.
Successivamente tutti i governi cominciarono a mettere in cantiere i cargo spaziali con la nuova tecnologia propulsiva. Al telegiornale dissero che sarebbe stato possibile raggiungere Stenix 4 in una sola settimana. L'esodo era ormai una realtà.


Capitolo 4
Una settimana prima

Tutta la popolazione mondiale avrebbe dovuto essere assistita, preparata ed equipaggiata per la partenza. La produzione ordinaria di altre merci, si fermò per cedere il passo a tutti i prodotti necessari all'esodo. La gente dovette imparare le procedure d'imbarco e di permanenza nello spazio, fu quindi ordinato a tutti di seguire dei corsi online, sui posti di lavoro, nelle scuole e in uffici creati appositamente. Negli ospedali, ampi spazi furono adibiti ad ambulatori per l'assistenza psicologica alle persone sole, o più spaventate.
A livello organizzativo, quindici miliardi di persone che lasciavano un pianeta, non era proprio uno scherzetto. La scoperta di una nuova casa diede però speranza, inoltre contribuì ad alleviare le tensioni tra le popolazioni di tutte le nazioni e le loro amministrazioni.
La campagna d'informazione visiva fu massiccia, per mesi su ogni schermo, ologramma aumentato o cartellone pubblicitario animato, tutte le immagini mostrarono con orgoglio ogni buona notizia che arrivava dal primo insediamento umano. C'era un collegamento costante con Stenix 4 in stile grande fratello. I ricercatori sorridenti mostravano il pollice alla telecamera o scherzavano tra di loro, venivano ripresi mentre facevano crescere piantine o, esplorando le foreste, spiando curiosi nuove specie animali da lontano.
In ogni città della Terra, ovunque ci fosse uno schermo qualsiasi, una piccola folla si radunava subito attorno ad esso per rimanerci incollata anche tutto il pomeriggio. Nelle scale del mio palazzo vedevo i volti sorridenti e stupiti degli inquilini. Tutti si affrettavano a togliere le maschere e le tute antinquinamento, prima di entrare in casa e riferire le buone notizie. Li sentivo discutere animatamente e sorridere attraverso i muri. Per la prima volta il tintinnare grigio e sordo della pioggia nera, veniva sovrastato dal suono delle risate della gente.
C'erano famiglie dietro quei muri, persone vive che si erano quasi dimenticate dell'idea di un'esistenza migliore, e io ero uno di loro.


Capitolo 5
Un giorno prima

Il penultimo giorno tornando dai corsi di preparazione, passai di fianco alla villa di un vicino, era un uomo molto ricco di cui sapevo poco, a parte che aveva una bella famiglia e credo lavorasse per la televisione. Lo avevo incrociato qualche volta ed era stato cordiale ma molto distaccato. Avevo lo scatolone con il kit per la partenza tra le mani e stavo rimuginando su quello che avrei dovuto lasciare a casa. Immaginavo che per chi avesse posseduto molte più cose di me, sarebbe stato tutto più difficile. Mi fermai e buttai un occhio oltre il cancello, in giardino non vidi nessuno, si erano già imbarcati, capii che ero in ritardo come al solito e aumentai il passo.
Arrivai a casa che era ormai sera e trovai il mio assistente sociale alla partenza ad attendermi, il ragazzo mi diede i miei nuovi documenti d'identità e la carta d'imbarco. Poi mi disse di sbrigarmi che non avevamo più tempo, saremmo partiti il mattino seguente. L'assistenza era impeccabile, gli uffici comunali avevano provveduto a formare questi assistenti, per aiutare le categorie più deboli e gli anziani, fare i bagagli, chiudere i conti bancari e formalità di questo genere. Nelle ultime settimane questo ragazzo mi era stato davvero d'aiuto, ed era una benedizione, dato che se avessi fatto tutto da solo, avrei di sicuro dimenticato qualcosa.
Tutto il sapere umano, i dati bancari e l'intero internet, erano stati salvati dentro degli enormi data center, i quali erano già stati imbarcati sui cargo.
Per questioni di spazio, queste astronavi vennero dotate di un sistema di guida automatico. Per la stessa ragione e a causa del poco tempo, non fu possibile costruire cuccette o alloggi, ma solo degli hangar interni. Questi enormi spazi erano però stati attrezzati come giardini, divisi per quadranti e quartieri, in questa maniera avremmo fatto il viaggio vicino a persone che già conoscevamo. Queste aree erano attrezzate ma bisognava adattarsi a stare tutti assieme, dormendo su brande o sacchi a pelo. Ci dissero che del personale di polizia avrebbe garantito la nostra sicurezza, ma il buonumore era talmente alto, che non ci sarebbero stati problemi in tal senso.
La mattina dopo, il mio assistente sociale alla partenza arrivò di buonora. Poco prima di uscire, alcuni vicini di casa che non avevo mai visto, vennero a chiedermi se avessi avuto bisogno di qualcosa, fui grato ma risposi che era tutto ok.


Capitolo 6
Un'ora prima

Era giunto il momento quindi, salutai la mia cucina e le conserve, sapendo che per un po' avrei rinunciato a qualche piacere. Quando l'assistente sociale alla partenza si offrì di portarmi la valigia, declinai gentilmente. Uscendo guardai sconsolato la maschera e la tuta antinquinamento, erano appese lì, sull'appendiabiti nel pianerottolo, come seppie di plastica morte. Le indossai più serenamente sapendo che sarebbe stata l'ultima volta, il mio assistente fece lo stesso. Mi accinsi a chiudere la porta di casa e incrociando lo sguardo del ragazzo, lo vidi accennare a un sorriso bonario, alzai le spalle, sorrisi anch'io e lasciai la porta aperta. Scesi le scale e uscii dal palazzo senza rimpianti.
Tre van da dodici posti attendevano sotto casa, il ragazzo mi diede un colpetto sulla spalla e disse — Le va bene se guido io? — . I miei vicini di casa erano già saliti, salutai tutti e mi sedetti nel posto di fianco al conducente. Ci togliemmo le maschere e partendo guardai il ragazzo da vicino per la prima volta, era giovane, sulla trentina, con le spalle robuste e gli occhi pieni di speranza. Insomma, era quel genere di persona che vorresti vicino quando t'imbarchi per la prima volta su un astronave.
Per non congestionare il traffico, tutti i quartieri erano stati scaglionati per la partenza con giorni e orari differenti ma rigidi, nell'arco di due settimane ogni città sarebbe stata evacuata.
Molti van, quasi tutti recuperati dalle compagnie di taxi, erano stati messi a disposizione della popolazione. In strada le persone si muovevano animatamente, sembravano caricare i loro bagagli con la fretta gioiosa di chi parte per le vacanze. Sull'altro lato della strada, un bambino veniva rimproverato da sua madre perché aveva provato a togliersi la maschera antinquinamento.
Improvvisamente la pioggia nera cominciò a scrosciare sui vetri, guardando lo spettacolo tetro della città che si tingeva di nero per l'ultima volta, ripensai con nostalgia al mio divano. Scacciai la tristezza e feci qualche domanda di cui già conoscevo la risposta al ragazzo, giusto per ammazzare il tempo, i vicini dietro chiacchieravano allegramente.


Capitolo 7
Un minuto prima

La vista dei cargo spaziali nei campi fuori città era impressionante. Dalla nostra distanza si vedevano solo dei plotoni di parallelepipedi grigi a perdita d'occhio, più in lontananza alcuni di questi si stavano già sollevando in aria. Quando arrivammo nei pressi del nostro cargo, notai delle piccole file di mezzi che si avvicinavano da tutti i lati, ogni cosa procedeva in maniera lenta ma ordinata e da quello che potevo vedere sullo smartphone, era così in ogni città. Abbandonammo il van e ci avvicinammo a piedi per metterci in coda dietro agli altri. Nell'attesa chiesi al mio assistente dov'erano i malati e i carcerati, mi rispose che c'erano delle aree apposite per ogni categoria, quelle dei carcerati però, erano off-limits. All'ingresso degli hangar il controllo fu una formalità, passai attraverso uno scanner con il mio biglietto in mano, una voce robotica mi augurò buon viaggio. Appena entrato vidi un mare sterminato di gente, una moltitudine di teste che generava un fragore oceanico. Il mio assistente si congedò, ma mi disse che sarebbe tornato a breve per controllare come stavo. Prima di andarsene mi diede una cartina che mostrava i punti di ristoro, le toilette e i terminali informativi, mi indicò il settore del mio quartiere, E-9. M'incamminai in mezzo alla gente, ero stordito dal vociare continuo e dalle grida stridule dei bambini. C'erano panchine, brande e sdraio ovunque, qualcuno stava già mangiando un panino o bevendo una bibita, tutti sorridevano e chiacchieravano animatamente. A quel punto, un'altra voce robotica proruppe dai megafoni, informò tutti di sedersi sul prato artificiale o sulle panchine, al che ci adagiammo per terra lentamente, come un gigantesco tappeto umano. Una ragazza si attardò correndo dietro al suo cagnolino e infine si sedette. Il vociare calò di volume fino a quando ci fu il silenzio. Un breve conto alla rovescia e poi una vibrazione, che si trasformò nel clangore lamentoso di un'enorme bestia metallica e poi in un rombo, potentissimo. Tutto tremò e sobbalzò per alcuni secondi, sentii qualche urlo e infine ci sollevammo pian piano, come su un cuscino di aria. Ci fu un lungo applauso, risate e molte lacrime, la gente si abbracciava e io pensavo alle turbolenze e ai viaggi in aeroplano. Una signora che piangeva mi abbracciò e poi mi prese le mani, le strinse forte e sorridendo come una bambina mi disse, "ce l'abbiamo fatta! Ce l'abbiamo fatta!".


Capitolo 8
Un secondo prima

Il mio assistente alla partenza mi venne incontro facendomi un cenno con la mano, era raggiante e aveva del rossetto sulla guancia. Mi chiese “tutto bene?”, risposi “si, nel trambusto degli ultimi giorni ho scordato di chiederle il suo nome, deve scusarmi”, lui sorrise gentilmente e mi disse “David”, poi ci stringemmo la mano come due bambini il primo giorno di scuola. Dopo qualche attimo di silenzio imbarazzato gli chiesi dov'era il bagno, lui me lo indicò pazientemente sulla cartina e poi con il dito, “è laggiù, lungo la parete dell'hangar”. Prima d'incamminarmi mi girai e gli chiesi “scusi la domanda assurda David, ma se un anziano come me dovesse morire durante il viaggio, quale sarebbe la procedura?” lui rispose “so che hanno imbarcato delle capsule Soultech per ogni evenienza, sono la soluzione più igienica, in quanto perfettamente isolate, potrebbero contenere i corpi fino all'arrivo, ma lei non ne avrà bisogno glielo assicuro”. Poi vedendo la mia espressione vacua aggiunse “se le interessa può vederle, c'è una paratia che copre una feritoia, proprio di fianco alla porta dei bagni, ma ci vuole una chiave a codice per aprirla” al che avvicinandosi mi sussurrò “tenga usi la mia, ma mi raccomando me la riporti subito” mi fece l'occhiolino e aggiunse “l'aspetto qui”. Presi la chiave annuendo e mi avviai verso i bagni, ci vollero dieci minuti buoni per arrivarci, a metà dei quali la solita voce robotica avvisò dai megafoni che eravamo fuori dall'orbita terrestre. Ancora applausi e urla di gioia, il tappo di una bottiglia di spumante per poco non mi arrivò in testa.
Poco prima di entrare in bagno vidi la feritoia coperta, mi ci misi di fronte incuriosito e cercando di non dare troppo nell'occhio. Appoggiai la chiave sul quadrante e premetti il pulsante, quando la feritoia si alzò di scatto mi avvicinai al vetro. Vidi uno spazio immenso e scuro, un doppio fondo molto ampio che correva lungo tutta la parete dell'hangar. All'interno di questo, in altezza e larghezza, c'erano centinaia di migliaia di capsule Soultech, erano tutte impilate in maniera ordinata e si estendevano a perdita d'occhio. Mi girai terrorizzato, proprio un secondo prima di capire, che tra tutta la gente dietro di me e quella che avevo visto fino a quel momento, non c'erano altro che poveri.

Finito di scrivere il 11/12/2019

Asini in gabbia e i social non sono altro che le staccionate da cui ragliare.
Taser

Anche questo libro la dice lunga sullo stato di salute mentale dell'umanità.
Stavo per accenderci il camino ma ho deciso di finire di leggerlo perché la noia dei protagonisti di questi racconti è curiosa a volte...poi ho avuto davvero freddo.


Un film cucito su misura per Joaquin Phoenix che è bravo a fare il matto perché è matto.
I supereroi muoiono e si indaga con insistenza la genesi dei cattivi ormai da anni, tutto questo la dice lunga sullo stato di salute mentale dell'umanità.

Guardiani di registratori complessi

Registrarsi è un altro modo di esorcizzare la morte. Un tentativo prematuro e maldestro di trasferire noi stessi su supporti più longevi. Ciò che una volta ci terrorizzava, oggi ci esalta. 
l'uomo antico teme che una parte di se si disperda quando viene fissata sul supporto fotografico, egli è un uomo più semplice ma più integro. L'uomo moderno ama disintegrarsi e donare pezzi di se al mondo. Nudi o vestiti, viaggiamo tutti a velocità supersonica nel grande flusso colorato del pornocromatismo.
Qualsiasi copia di me mi rincuora, aumenta le mie possibilità di successo, Attraverso le registrazioni di me che saranno sempre più complete, potrò imporre al mondo la mia presenza anche dopo morto.
Qui non ci potrò più stare, perché il mio corpo è tecnologicamente impreparato, ma tenete, vi lascio un disco rigido con ogni secondo, ogni dato, ogni parametro riguardante la mia vita. Quando ne avrete la possibilità riportatemi in vita.
Oddio per come l'ho vissuta questa vita, l'ho trovata molto sopravvalutata, ma dati i miei eccessi potrei anche finire all'inferno. Allora che c'è di meglio di una bella negromanzia ipertecnologica?
Attraverso le macchine elettriche abbiamo imparato a registrare la vita invece che viverla.
Spesso, negli uffici di tutto il mondo, registrare è il nostro lavoro, guardiamo registrazioni nel tempo libero, il più grande tesoro di ogni famiglia sono le sue registrazioni. Denaro, ricordi, fotografie, qualsiasi cosa che possa fungere da mattone per questo mondo sintetico che stiamo costruendo. Mentre il vecchio va distruggendosi sotto i nostri occhi disinteressati.
Da un certo punto in poi della storia umana moderna, abbiamo cominciato a rendere migliori le registrazioni invece che la vita reale.
Perché?
Stiamo imparando il linguaggio delle macchine. Stiamo coltivando e ci stiamo adattando alla loro intelligenza, mentre la nostra, fatta di tutte le sue peculiarità, va disintegrandosi.
Ci stiamo fondendo con il nostro golem nella prospettiva di guadagnare un corpo immortale.
Intanto, mentre assomigliamo sempre di più a computer umani, la comunicazione e le nostre risposte emotive attraverso le macchine, diventano gelide e stereotipate. Ogni film, ogni videogioco, ogni tipo di intrattenimento, a parte rare eccezioni, mostrano percorsi che generano reazioni semplificate e incredibilmente simili tra loro.
Se provate a chiedere a uno studente di scuola superiore di scrivere dieci sentimenti, arriverà con fatica a cinque.
Le nostre storie man mano che si adattano alle macchine, assomigliano a simulazioni emotive e predeterminate, le quali si attuano utilizzando cliché estetici e narrativi che mostrano similitudini quantomeno allarmanti.
L'era dei robot, centomila titoli di libri su Amazon non scritti da esseri umani, articoli di giornale scritti da macchine, e come dice il genio della matematica se non te ne accorgi, vuol dire che la macchina ha il tuo stesso tipo di intelligenza...follia pura.
Nessuno scrive più niente, è cominciata l'era degli audio su whattsapp, la scrittura e una lingua difficile che presto diventerà sconosciuta.
La tecnocrazia è una dittatura che nasconde la sua durezza con i vestiti elegantemente sciatti di una vecchia matrona di sinistra sedotta in giovane età dal capitalismo.
Chi ha dubbi e li espone incautamente, li vede immediatamente ingigantirsi, qualsiasi cosa di diverso dal pensiero unico, viene immediatamente fatto aderire alle peggiori categorie della modernità, quando non addirittura ai peggiori incubi del passato. Chi ha sentimenti diversi dal tiepido e limitatissimo corredo emotivo del buonismo da salotto della nuova borghesia, finisce subito nelle prigioni trasparenti dell'indifferenza.
Chi dedica più di tre minuti a qualsiasi cosa che non produca guadagno o piacere personale, è un eroe solitario in un mondo di cyber-lobotomizzati.
La nostra quotidianità è solo una versione moderna della caverna platonica. Siamo diventati i guardiani di due enormi specchi che stanno uno di fronte all'altro, in mezzo a questi c'è una realtà che si moltiplica all'infinito, attraverso immagini elettroniche. La tecnologia, che è sempre più vicina al corpo, finirà per penetrarlo e presto o tardi. per sostituirlo, prima nelle sue singole parti e poi per intero.
L'umanità sta di fronte agli specchi, le persone di fronte a quello di sinistra, si rincuorano tra loro pensando di avere un'idea diversa da quelli che stanno di fronte allo specchio di destra.
Ai lati degli specchi, tecnici, vicari, politici, spin doctor o semplici guardiani di registratori complessi, sorridono maliziosamente compiaciuti e un po' più ricchi di numerini elettronici.
Perché la macchina delle macchine continui a funzionare, l'unica condizione è che tutti seguitino a guardare gli specchi ed agire sempre meno nel mondo reale.
Il pezzo di cuore sano

Quando farà freddo lo saprai
perché il sole di mezzogiorno sarà un regalo inatteso
come il sorriso divertito di una ragazza
per gli occhi di un vecchio uomo.

Strisciando e zampettando
i sentimenti degli altri
come piccoli animali mostruosi
cercheranno di sfuggire all'inverno
attraversando i tuoi spazi
che occuperanno in maniera molesta,
alla ricerca di un sottosuolo
dove divorarsi tranquillamente a vicenda.

L'andare e i cicli delle cose
ti diverranno più familiari
perderai un po' della capacità di stupirti e soffrire
di amare come fanno gli stupidi,
ma quando farà freddo lo saprai
avrai già tirato fuori quel maglione fatto di pietre
e rimesso al riparo il pezzo di cuore sano.
Ogni casa vuota è un invito a partire

Abbiamo svuotato la casa dagli amici
per riempirla di libri
che sono amici
ma sanno smettere di parlare quando sei stanco.

Abbiamo svuotato la casa dai figli
per riempirla di cani
che muoiono prima di deluderti.

Abbiamo svuotato le nostre anime da desideri e possesso
e gli spazi intorno
da suppellettili e mobili,
calamite
per fantasmi e speranze.

Ora non ci resta che partire
ritornare a respirare
e sorridere.
Ode alla tua donna

Nel posto dove il sale non mente
lei si è lasciata andare a dolci amplessi
i vostri corpi si sono accarezzati
come le prime onde del mattino.

Quaggiù le foglie hanno tremato di vergogna
sussurrando la promessa di un giorno
fatto di sguardi assetati di parole.
Così
ho fatto spazio nei miei occhi
senza fatica
come i bambini che incontrano le fontane
dopo aver giocato a pallone.
Il futuro non è mai arrivato.

Lo aspettavamo ma non è arrivato. Eccoci quindi, con il passato che si ripresenta alla porta di casa, perché il presente se ne sta grasso e immobile, lì sul divano, di fronte al suo schermino tecnologico.
Il futuro ha tardato ad arrivare, anzi, per dirla tutta, ha superato il livello di ritardo massimo. Per cui prima ci siamo fossilizzati nel presente, ed ora stiamo cominciando una lenta ma inesorabile discesa verso il passato.
Una ragazzina paladina dei diritti ambientali diventa testimone inconsapevole di una nuova era dell'economia capitalistica, più sporca e lurida che mai, ma con la scritta green davanti, le pecore nel cyberspazio belano felici.
Presidenti e premier sono sempre più spesso, uomini d'affari che non si spacciano neanche più per politici, la loro visione per la soluzione della crisi, sono gli aiutini alla popolazione, regaleranno a tutti sconti e coupon per fare acquisti.
Se muore qualche ape non succede nulla, ma l'alveare deve continuare ad esistere.
Il futuro del tagliaerbe, della realtà virtuale degli anni 90', della tecnologia al servizio dell'uomo che avrebbe risolto tutti i problemi, non è mai arrivato. Il dio totem tecnologico ha scelto questo pianeta per crescere, ma la nostra salvezza non è tra le sue priorità e neanche tra le nostre se è per questo.
La tecnica è viva, giovane ed in piena salute, noi registriamo la nostra vita, mentre il rover su Marte procede arzillo e indisturbato con la pancia piena di prodigi e calda energia solare.


Nel frattempo i poveri del mondo invadono l'occidente forti di credenze spirituali antiche e solide, ed hanno figli, molti, mentre da noi la prole, è una merce che comincia a scarseggiare.
La sostituzione dell'uomo moderno con quello del passato sta avvenendo proprio ora. Siamo noi ad aver mancato l'appuntamento col futuro, giocavamo a carte barando e cercando di approfittare del nostro vicino, mentre lui faceva lo stesso con noi. L'agglomerato urbano moderno nasce per servire il capitalismo. Oggi, scoperto l'inganno del lavoro come strumento di emancipazione sociale, ci aggiriamo nervosi come topi in cerca di vanagloria e profitto personale, e mentre le fabbriche si svuotano, eserciti di agenti di vendita, grafici pubblicitari, programmatori di smartphone, designer, si guardano attorno smarriti perché non riescono più a dare un senso alle loro vite.
Davanti ai computer di giorno, i figli borghesi del sistema, pensavano di essere dei ribelli di notte, mentre al mattino obbedivano come brave caprette tornando nei recinti del capitalismo tecnocratico. Lo so, perché io c'ero, e quei pochi di noi che lavoravano in fabbrica a vent'anni, avevano troppo sonno per andare a fumarsi le canne ai murazzi il mercoledì sera.
Abbiamo cercato tutti un futuro che non c'era perché credevamo ci venisse incontro da solo, mentre in realtà spettava a noi crearlo, andando verso di lui e nella solita vecchia maniera, conquistandolo con le unghie e con i denti. Ma aimè, una genitorialità sessantottina sconfitta e ormai solo più piena di parole al vento e rancore, cosa poteva tramandare ai figli?
Le chiacchiere da bar oggi si fanno su facebook e il televisore si chiama smartphone, la sconfitta generazionale è sempre la stessa.
Oggi ci ritroviamo a difendere i diritti degli extracomunitari perché i nostri non sappiamo manco più quali siano. La tristezza negli occhi di mio nonno era un urlo soffocato, che non è mai venuto fuori, quello di un bambino che vuole tornare a casa, nella sua cultura e nella sua terra, e le fiat 500 cariche di cibo che facevano su e giù per l'Italia tutte le estati, la dicevano lunga sulla voglia di restare a Torino.
Non si può instillare la nostra idea di democrazia negli altri e sperare che la accettino perché "è naturale" o "col tempo andrà come diciamo noi".
Dalla coppia, alla famiglia, al paesino, alla città, su su fino alla nazione, tutti i problemi del mondo nascono da convivenze forzate.
E a chi pensa che le cose andranno meglio, conviene tenere conto dei numeri della convivenza tra bianchi e neri negli stati uniti, che di certo non è cominciata ieri e di sicuro non è migliorata col tempo.
L'immigrazione moderna non è la naturale spinta democratica del progresso sociale, ma una strategia di politica globale e ingegneria sociale che vuole fare di noi un consumatore culturalmente appiattito. Per chi l'ha vissuta davvero l'immigrazione è una cosa tristissima, di cui molti farebbero a meno se altri non gli avessero impoverito strategicamente la terra natia, spesso proprio per farli partire. É questo il trucchetto della schiavitù moderna, chi si deporta da solo, non costa nulla e crea meno imbarazzo.
È con buona pace di tutti i deficienti che guardano i barconi al telegiornale, è ancora l'allucinazione del capitalismo a sradicare la maggior parte (e sottolineo la maggior parte) della gente dai paesi di provenienza, la promessa di vivere una vita da consumatori felici, non le guerre.
Una volta erano il frullatore e la televisione, oggi sono gli smartphone e la tecnologia, ma dietro tutto c'è sempre il miraggio di una ricchezza che non arriverà mai. Qui si tratta di milioni di cani da casa, che cominciano a muoversi alla ricerca di un padrone che non li vuole più, perché può avere un cane diverso e meno costoso ogni giorno.
Solo i radical chic lobotomizzati dal sistema possono credere che ogni immigrato che vedono per strada sia scappato da qualche guerra, e in fondo neanche loro ci credono, preferiscono raccontarsi bugie per mettersi a posto la coscienza.
Tutte le ideologie del ventesimo secolo hanno fallito, perché non hanno saputo o potuto evolversi. Se il numero di persone che abitano una nazione è stabile, è lecito pensare che quando parte dell'elettorato si sposta da una fazione all'altra, le persone che hanno cambiato bandiera sono le stesse e non, come piace pensare ai radical chic, dei vecchi nazisti in capsule criogeniche scongelati dalle cantine del reich.
La violenza è dentro di noi e rimuoverla dalla storia non la cancellerà, bisogna fare i conti con quello che c'è, e capire che la gente tende verso una fazione o l'altra a seconda di come sta economicamente.
La storia ci insegna che dittatori, premier, persino i re diventano eroi in tempi di economia florida.
La verità è che tutte le cose ci influenzano, quelle buone e quelle cattive e la rimozione del conflitto che è dentro di noi è una cosa sbagliata e ipocrita, che non fa che produrre recrudescenze storiche in maniera ciclica.
Parliamoci chiaro, l'italia è stato un paese fascista e i fascisti non erano gli omini verdi dello spazio ma gli italiani stessi, cioè quelli che il giorno dopo, in molti casi, hanno tolto la bandiera nera dall'asta e ci hanno messo quella rossa. Bisogna quindi fare i conti con una storia, che nonostante tutti i tentativi, non siamo stati in grado di cancellare. E aggiungo che si, anche se stiamo cercando, come fanno sempre i vincitori di riscriverla, come un orologio rotto che mostra l'ora giusta almeno due volte al giorno, anche durante il fascismo sono state fatte cose buone per gli italiani e non ammettere questo significa martirizzare i nostalgici e permettere ai loro figli di continuare a sentirsi come i padri.
In un paese democraticamente sano, chiunque ha il diritto di esistere e manifestare in maniera non violenta e quando la legge impone che quella bandiera, quel movimento, quel saluto o quell'idea siano proibiti, ecco che un piccolo problema di salute diventa un tumore, che lavorerà in maniera sotterranea.
Per fare un esempio, non proibisci il partito dei pedofili, ma costruisci una cultura e un paese, dove nessuno lo voti fino a che si estingua da solo (cosa successa realmente in Olanda).
Se invece elimini quell'opzione, nella smania di stabilire tu, sopra a tutti, cosa sia giusto o sbagliato, sei diventato la dittaturina molle della sinistra neoliberale in cui stiamo affogando oggi, e
l'idea secondo la quale il popolo è stupidino e bisogna metterlo di fronte alle scelte giuste, è proprio tipica di quella stessa dittaturina. Concetto peraltro non dissimile dalla perversione platonica del "si ok questa è la democrazia, ma è meglio che comandino i più intelligenti" e anche se avevi immaginato "c" puoi votare solo tra "a" e "b".
Purtroppo la democrazia non corrisponde mai ai modelli applicativi della stessa e se vogliamo essere coerenti, un popolo che sbaglia democraticamente ha il sacrosanto diritto di farlo, altrimenti chiamiamo le cose con il loro nome e smettiamo di definirla democrazia.
Per molte ragioni contingenti, i popoli di buona parte dell'Europa stanno oggi democraticamente decidendo di ritornare a valori culturali territoriali e sovranisti, e non esiste vaccino o propaganda giornalistica che possa arginare questo sentimento. E far passare tutto questo per un ritorno inevitabile al nazismo è un giochetto sporco che la gente ormai ha capito.

Conclusioni
Né un vero governo di destra né uno di sinistra farebbero bene al mercato, perché quello che fa davvero male al capitalismo è il sovranismo delle nazioni e la centralità dei governi politici, che sono d'intralcio all'alta finanza.
Hanno infiltrato lobbisti per anni nei governi e peggiorato la qualità della politica fino alla perdita totale di fiducia da parte della popolazione. 
Qualsiasi forma di lotta e spunto rivoluzionario si sono estinti, nel momento stesso in cui la gente ha cominciato a chiedere più soldi invece che più diritti.
Chi ti impone un vocabolario e un metodo di ragionamento in fondo vuole una cosa sola, che tu non conosca altri vocaboli e altri metodi di ragionamento.

Intanto il rover su Marte procede arzillo e indisturbato con la pancia piena di prodigi della tecnica e calda energia solare.
Sembra quasi vivo.


Perché io so io e voi...



Nella società dello spettacolo il pubblico difende a spada tratta i propri idoli
Come mai reati finanziari ed omicidi a parte, qualsiasi malefatta perpetrata da uomini di talento, viene dalla maggior parte della gente giudicata con una certa indulgenza? La nostra predisposizione al perdono è - di solito -  direttamente proporzionale alla fama comunemente accreditata alla persona in questione.
A quanto pare, per poter continuare a godere da spettatori delle prodezze dei nostri beniamini, siamo disposti a perdonargli quasi di tutto.
Nella società dello spettacolo il pubblico difende a spada tratta i propri idoli. Ho sentito e letto di argomentazioni assurde che riportano a galla i grandi talenti del passato, artisti che sono stati anche dei mezzi criminali, pianisti che si sposavano con le cugine minorenni, il punto di vista di chi li difende è il seguente, se fosse vero che si sono comportati così male, come mai non sono stati puniti?
Si sostiene quindi che se una cosa sbagliata è rimasta impunita, per equità, è giusto che lo resti ancora.
Dalle forme d'arte più alte, agli impieghi che richiedono maggior professionalità, via via sempre più in basso, fino ad alcune discipline artistiche o pseudo tali, dove un certo grado di depravazione sembra addirittura necessario, o quanto meno facente parte di un corredo estetico e stilistico senza il quale, agli occhi degli osservatori più superficiali, non si potrebbe neanche esercitare il talento. Tutto il mondo appare pervaso da questo senso di indulgenza verso la depravazione connessa al successo.
Come mai?

Un sistema di valori alternativo
In ambito occidentale, dopo la grande perdita di "follower" che ha avuto la religione, la grande assenza che si sente è quella di un sistema di valori alternativo.
In più, una certa forma di nichilismo della domenica, si è trasformato da piccolo rettile a grande e imperioso serpente che striscia nelle città e attraverso i cervelli della gente.
Per dirla con Nietzsche dio è morto, io ci aggiungerei però che se non lo sostituiamo con qualcos'altro, rischiamo quantomeno di confonderci un po' le idee.
Era impensabile uccidere un sistema di valori spirituali qualsiasi e sostituirlo con il nulla, quindi cosa abbiamo fatto?
Ad un certo punto della nostra storia il profitto personale è divenuto una religione e ad oggi, due soli sono i generatori simbolici di tutti i valori nella società umana, il denaro e il successo, attraverso questi si ottiene potere con cui si esercita forza bruta sui corpi degli altri. Questa pratica è comune a qualsiasi livello della società.
- Attraverso le amministrazioni e la burocrazia si rallenta o velocizza l'ascesa sociale dei corpi
- Attraverso il successo artistico ci si garantisce indulgenza per le nostre trasgressioni
- Attraverso le divise ci si garantisce l'utilizzo legittimato della violenza
- Attraverso il successo economico si dispone dei corpi degli altri, dal minacciarli di povertà tramite il licenziamento, fino alla promessa di carriera o maggior successo attraverso i favori sessuali.
Che dire quindi di fronte al fatto che il tuo cantante e ballerino preferito era un pedofilo? O al comico stupratore seriale che drogava le sue vittime? O ancora al produttore cinematografico dei maggiori film di successo che, promettendo fama in cambio, forzava le attrici ad avere rapporti sessuali con lui...etc.
Qualche reazione sembra esserci stata. Nel faro "export oriented" delle democrazie occidentali si accusano da un po' di tempo alcuni uomini potenti di aver abusato delle loro posizioni. Un ondata di sdegno borghese ha attraversato il pianeta, più in generale l'umanità intera sembrerebbe essersi fermata per un attimo ed aver finalmente detto: "ma che cosa stiamo combinando?"
Questa piccola rivoluzione, come spesso accade, è nata per le ragioni sbagliate, ma ha avuto - almeno in parte - l'effetto sperato, ha cioè portato all'attenzione mondiale alcune storie incredibili di depravazione legata al successo. Dobbiamo però ammettere che fino a poco prima delle denunce, queste nefandezze succedevano con il bene tacito di tutti i colleghi del malcapitato, i quali dopo le denunce (e probabilmente su consiglio di manager o avvocati) si sono affrettati a salire sul carro degli abusati o sul podio dei difensori della morale. Tutto questo è successo principalmente perché un gruppo di donne e qualche uomo, molti dei quali, prostituendosi non avevano ottenuto il successo promesso, hanno deciso di formare il movimento Me Too e denunciare le persone che avevano abusato di loro...
Ma abusato dei loro corpi o delle loro speranze?
Il mondo si è diviso in due come sempre, i difensori dei beniamini dicevano "non ci credo, stanno esagerando, lo stanno calunnniando" e i nichilisti della domenica sostenevano "tanto si sapeva, è sempre stato così".
Pur ammettendo che la prostituzione e la richiesta di sesso in cambio di favori sono pratiche antiche, dobbiamo comunque sottolineare che nelle società umane, queste prassi spopolano con l'aumentare dei livelli di corruzione, inoltre non producono di certo felicità, tutt'al più appagano qualche appetito.

Il fine è sempre il potere. 
Quando si può, ci si immola sull'altare del sesso per ottenere denaro, attraverso questo si spera di accedere ai piani più alti della società, da lassù si potranno abusare i corpi e smettere di vedere abusato il proprio. Se si è poveri e brutti invece ci si fa abusare attraverso il lavoro, che produce sussistenza ma quasi mai ricchezza o elevazione sociale.
La nostra accettazione di questa esposizione generale al mal uso dei corpi (ab-uso) ha prodotto una generazione di giovani che hanno accettato questa logica distorta ancora più supinamente. Questo anche perché alcune delle vittime degli abusi hanno ottenuto realmente qualcosa in cambio. La logica da lotteria secondo cui nella miriade di corpi abusati tu potresti essere il prescelto, ha finito per prevalere. Piuttosto che fare la rivoluzione, i giovani ormai si recano spontaneamente nei luoghi di sfruttamento del corpo, siano questi i nuovi santuari del lavoro precario (nel caso dei poveri) o gli l'uffici boudoir dei produttori hollywoodiani (nel caso dei ricchi).
In un mondo turbocapitalistico dove ogni cosa diventa precaria appare logico che il lavoro si trasformi in prestazione. Laddove il ragazzo o la ragazza ne abbiano la possibilità, sembrerà a loro una cosa logica il prostituirsi, soprattutto quando esista la promessa di una proporzionalità tra il dolore patito e la ricompensa finale.
Che dire, qui è l'intera realtà umana ad essere un velo pietoso, non è neppure il caso di stenderlo.
Il primo volo

Gli uccelletti non lo sanno
che non è ancora primavera
e tentan
come noi
i loro primi voli.
In questi mezzogiorni
che vanno allargandosi
come le braccia dei papà,
torna il caldo
a sollevarci dai nostri nidi freddi.

Noi svegliandoci
ingenui ed incoscienti
abbiam colpa solo
d'aver tentato un primo volo.

Tendiam le mani indolenzite
e pensando forse
d'esser prediletti,
finiamo spesso per cader
proprio come gli uccelletti.
Il dubbio che frigge a freddo il tuo cervello

Io sono il prato
dove vanno a riposarsi gli assassini
la casa piena di iene dormienti
con il sangue rappreso sugli artigli.
Sono la pace delle donne
dopo la vendetta
e la mancanza di pietà
nel sorriso dei bambini.

Sono la verità
che cola
come il veleno
nelle orecchie tappate
di chi non ha mai voluto ascoltare.

Il dubbio che frigge a freddo il tuo cervello.

Sono la pretesa
la marea di mani
protesa
arrivata fin qui
ad erodere tutto
nell'eremo perfetto che ti eri creato.
L'antica favola delle ghiande magiche



La nostra storia comincia in un villaggio sperduto tra le montagne più alte, un posto piccolo con abitanti ingegnosi e capaci di meraviglie meccaniche. In questo angolo di mondo si produceva molto e i depositi erano sempre stati pieni di cibo e merci di ogni genere. Oltre a questo, grazie ai prodigi della tecnica, per buona parte del lavoro erano d'aiuto le macchine.
Per molti anni non ci furono carestie, inverni particolarmente rigidi o epidemie. La vita appariva quindi meno faticosa e la brava gente di quel villaggio, dopo tanto impegno, si stava godendo un meritato benessere.

A volte però, un solo incontro sbagliato, può rivelarsi peggiore di qualsiasi accidente della sorte.

Un giorno alle porte del villaggio si presentò un mago, fermò il suo carro e alzandosi in piedi fece cenno alle persone di avvicinarsi. Quando gli furono tutti attorno, egli disse che la prosperità, il cibo e i prodotti dell'artigianato locale, non erano stati creati dal loro impegno, bensì grazie al favore di alcune ghiande magiche. Ne mostrò alcune spostando la manica con un rapido gesto, per poi nasconderle in fretta alla vista dei curiosi che si facevano avanti. Tutti gli abitanti rimasero stupiti e ammaliati, soprattutto perché vivendo così in alto e non avendo mai viaggiato, non avevano mai visto delle ghiande.
Egli parlò del grande potere magico di quei frutti, ma anche del loro valore nella vita reale, con esse potevi comprare cose o mangiare all'osteria. In fine aggiunse "sono anche molto più facili da trasportare delle merci che di solito barattate tra di voi".
Il mago notò che qualcuno tra i più vecchi storceva un po' il naso, allora sorridendo bonario si affrettò a concludere, "non vi preoccupate, io vi aiuterò a trasformare questo villaggio in una città, costruiremo altre case, ci sarà del lavoro per tutti e per fare questo vi darò molte ghiande magiche".

Così inizio una maledizione, che sotto forma di un'allucinazione collettiva, s'impossessò di tutti. Da quel giorno, la vita degli abitanti del villaggio, non fu mai più la stessa.

Le persone cominciarono a utilizzare le ghiande per scambiarsi le merci che prima barattavano. All'inizio erano tutti un po' confusi, ma dopo poco tempo le ghiande diventarono una consuetudine, un sacco di grano valeva trenta ghiande, un litro di latte due.
Il mago di quando in quando tornava al villaggio e tutte le volte egli apriva il suo grande forziere, mostrando la montagna di ghiande che avrebbe elargito. Questa cerimonia aveva davvero qualcosa di magico, dato che suscitava il giubilo di tutti gli astanti. All'inizio erano sorrisi, poi vocii rumorosi, in fine all'apertura del forziere, urla piene di gioia.
Successivamente il mago chiedeva di portare in piazza l'intero ammontare delle ghiande in circolazione, le faceva pesare e sostituiva tutte quelle che erano rotte o andate perdute, con un quantitativo esatto a compensarne il numero iniziale.
Qualcuno provava a chiedere timidamente più ghiande per il villaggio, ma il mago scuoteva la testa dicendo che l'equilibrio delle cose andava rispettato.
Di seguito egli visitava i magazzini del villaggio, faceva caricare sul suo carro molto cibo e merci di vario genere, per poi ripartire sorridente e soddisfatto.

Dato che nel tempo i prelievi del mago si fecero sempre più consistenti, i depositi del villaggio si svuotarono più velocemente del solito. Presto, ci fu  bisogno di altre braccia nei campi. Un'esigua parte della popolazione però, aveva accumulato molte ghiande e sentendosi più ricca degli altri, non andò più a lavorare. I ghiandaioli, così li apostrofavano i loro compaesani per schernirli, sembravano pensare di essere diventati anch'essi dei piccoli maghi in erba. Costoro passavano tutto il tempo nelle loro case, terrorizzati dal fatto che qualcuno potesse rubargli le ghiande accumulate. Uno strano senso di comunanza li faceva sentire uguali tra di loro e diversi dagli altri. Nelle lunghe giornate primaverili, i ghiandaioli annoiati cominciarono a prestare ghiande ai lavoratori in difficoltà, per poi chiederne molte di più indietro. In fine, non contenti, cominciarono addirittura a fare dei segnetti o a dipingere le proprie ghiande con vari colori, attribuendogli un valore diverso da quello comunemente accettato.
Grazie a tutti questi stratagemmi i ghiandaioli iniziarono ad arricchirsi, comprarono vestiti sontuosi e adornarono le loro case di oggetti inutili. Il resto della popolazione intanto, vedendo tutto quello sfarzo, cominciò a sentirsi povera e inadeguata.
Quando le ghiande diverse cominciarono a circolare, si perse il conto di quante e quali fossero le differenze tra i vari valori attributi arbitrariamente a ognuna di esse. Fu il caos generale.

Il mago nel frattempo, era molto indaffarato a convincere anche la gente dei villaggi vicini a introdurre le ghiande magiche, le sue visite quindi si fecero sempre più rade. Tornò al villaggio solo dopo alcuni mesi, si recò all'osteria e quando vide circolare le ghiande diverse, s'infuriò aspramente. Divenne rosso in viso e poi viola, uscì dal locale con passo veloce e salì stizzito sul suo carro. Condusse nervosamente i cavalli al centro della piazza e inciampandosi un paio di volte nel mantello, s'arrampicò sulla parte più alta del suo carro. La gente gli si fece intorno sorridente come al solito, a quel punto una nuvola coprì il sole, egli ne approfittò svelto e alzando il suo bastone al cielo tuonò con voce cavernosa "d'ora in avanti non avrete più ghiande magiche, presto vi sarà impossibile comprare cibo e merci". Detto questo girò il carro e se ne andò, lasciandosi dietro una piccola folla di visi allibiti.
Nel giro di un paio di mesi ci fu il panico generale, le persone stavano chiuse dentro le loro case, qualcuno diventò ladro, le donne si concedevano per qualche ghianda, un ghiandaiolo addirittura, non essendo più in grado di svolgere alcun mestiere ed avendo consumato tutto il suo tesoro, finì per impiccarsi. In generale tutti divennero rancorosi, diffidenti e impauriti.
La cosa strana è che gli abitanti continuavano a lavorare nei campi, allevare bestie e produrre il nutrimento che li avrebbe sfamati. Nessuno di loro però si sarebbe mai azzardato a prendere il cibo dai depositi, non avendo più le ghiande per pagarlo. La fame che non era mai stata una preoccupazione per nessuno, improvvisamente divenne una piaga.


Alla fine gli abitanti si recarono dal mago, il quale era fortunatamente accampato poco fuori dalle mura del villaggio. Con un lamento di cori strazianti chiesero e scongiurarono il perdono e la pietà del loro benefattore, il quale le concesse ma non senza una penitenza. Egli stabilì quindi che per un po' le ghiande e il cibo sarebbero stati razionati, poi congedò tutti tranne i ghiandaioli.
Al tramonto, mentre gli abitanti del villaggio se ne tornavano rasserenati verso le loro case, si udì in lontananza il mago dire ai ghiandaioli "spiegatemi un po' meglio questa cosa delle ghiande colorate".

Negli anni successivi il mago, non potendo essere sempre presente, concesse ai ghiandaioli d'introdurre, in minima parte e ad un valore inferiore, le ghiande colorate o segnate. In cambio essi gli avrebbero pagato una percentuale e vigilato che nessun altro introducesse nel paese ghiande diverse da quelle pattuite.
I ghiandaioli e il mago decisero di comune accordo di aprire un piccolo ufficio in paese, per i prestiti e gli scambi di ghiande. Questo per altro, fu l'unico dei nuovi edifici che venne terminato in quegli anni (e anche molto in fretta).

Il mago morí molto anziano e non sciolse mai la maledizione. In seguito le ghiande si trasformarono in pezzetti di carta o di metallo, più di recente in numerini dentro macchine elettriche. Ancora oggi però, dopo migliaia di anni, nessuno si è ancora accorto che le ghiande sono soltanto ghiande.
10 incongruenze delle democrazie moderne



La premessa è che ogni principio coincide raramente coi suoi modelli applicativi.
Quando questi modelli si scontrano con la realtà, emergono delle incongruenze che sarebbe nostro dovere cercare di risolvere attraverso un dialogo costruttivo.
Bisogna però dire che il livello d'ipocrisia raggiunto dalle democrazie liberali e turbocapitaliste, anche intese come figlie ribelli e imbastardite dei modelli e delle ideologie politiche precedenti, non ha eguali.
Ecco quindi dieci incongruenze sulle democrazie moderne.

1 Questa è la democrazia e se sei fuori non esisti
Le regole imposte dal sistema, oltre che rigide e quasi impossibili da modificare (premessa che si direbbe contraria alle iniziali prerogative di raggiungimento di un sistema democratico) obbligano tutti i cittadini riconosciuti in quanto tali (e nuovi ammessi) all'affiliazione più rigida e senza possibilità di riconoscimento delle differenze e delle singole identità culturali.
Le democrazie come le religioni sono figlie di testi sacri e inviolabili che vengono ritenuti immutabili, pena il disastro planetario e lo scivolamento dell'umanità verso un'orgia di furti, omicidi e quant'altro di peggio possa offrire un mondo senza regole.

2 Se non voti sei il diavolo
Questa è la democrazia, il voto e la scelta tra le opzioni imposte sono obbligatori
Tra le varie leggende:
- se non scegli tra le opzioni imposte sei un anarchico
- se non scegli tra le opzioni imposte il tuo voto va ai cattivi
- se non scegli tra le opzioni imposte sei un irresponsabile
- se non scegli tra le opzioni imposte poi non hai più diritto di parola
etc.
L'idea che qualcuno possa non sentirsi rappresentato non viene neanche presa in considerazione.
Per un deputato qualsiasi non votare se non è convinto di un'opzione proposta è cosa normalissima, mentre un privato cittadino nella stessa situazione incontra il disprezzo di chiunque.
Per altro la democrazia è talmente pingue di formazioni partitiche che non dovrebbe esserci problema a formarne qualcuna che rappresenti ideologie diverse dalle solite.

3 La democrazia è come il poker
L'illusione di poter scegliere, di avere cioè chance di potersi muovere liberamente in un sistema chiuso. Votare in un sistema del genere è come sentirsi liberi guardando la televisione solo perché abbiamo il telecomando (e internet non è altro che un'evoluzione di questo sistema chiuso con un maggior numero di opzioni e un telecomando più complesso).
Dove sta il trucco? Se ti obbligo a votare in un sistema che comprende solo opzioni da me predeterminate, comunque non potrai votare nulla di diverso da ciò che io ho deciso.

4 I numeri non sono sempre l'opzione migliore
Il paradosso di Condorcet o il paradosso del gatto  la volpe. Il gatto e la volpe arrivano e ti fanno "vogliamo il tuo portafogli, votiamo!"
Alzano la mano, loro sono in due, tu uno e si prendono il tuo portafogli.
Anche questa è democrazia.

Reductio ad Hitlerum
Noi siamo la democrazia, chiunque non sia d'accordo con noi è Hitler.

6 Sopra la democrazia solo dio
La democrazia in certi sistemi è ancora schiava delle dottrine religiose. I sistemi democratici stessi sono intesi come delle emanazioni subordinate a ideologie più serie in quanto divine.
Giocate pure alla democrazia bimbi ma alla fine comandano sempre gli omoni barbuti tra le nuvole.

7 Sopra la democrazia solo il denaro
Giocate pure alla democrazia bimbi ma alla fine comandano sempre i foglietti magici caricati di significato arbitrario. Per inciso, ok si vota, ma se non ci sono i soldi non si può fare nulla di quello che è stato deciso, per fare invece quello che è stato deciso dai baroni del capitalismo i soldi ci sono sempre. L'esoterismo monetario come regolatore delle scelte democratiche di un paese e il debito come nuovo totem da sventolare in faccia alle masse e per impaurire chiunque proponga scelte diverse da quelle dettate dal sistema capitalistico.

8 La democrazia è quello che intende il proprietario del giornale
I giornalisti servi al soldo di chi li paga, lavorano continuamente per imporre modelli di democrazia borghese che finiscono per entrare nell'immaginario collettivo del cittadino medio (vedi punto nove) continuando ad indottrinare idioti con opinioni stereotipiche e conformi ad un potere che si vuole realizzato.

9 Democrazia uguale immigrazione
Confondere l'immigrazione con l'ottenimento di maggiori diritti è un'incongruenza tipica delle democrazie moderne. Lo spostamento costante, l'immigrazione a tutti i costi come segno di democrazia planetaria realizzata.
Più che qualsiasi altra cosa il fatto di potersi muovere continuamente, sembra possa garantire un ulteriore e più definitivo sviluppo delle democrazie.
Con il risultato che ad oggi, con l'ineguaglianza sociale che ormai domina gran parte del pianeta, chi  è pezzente e sceglie di spostarsi, lo rimane anche altrove.
Ecco tutti i paradossi e le falsità che ne conseguono
- In tempi antichi l'uomo è sempre stato nomade
Certo perché era obbligato ma appena ha potuto si è fermato dove stava meglio (allevamento e pastorizia).
- le culture migliori nascono dal mix tra culture diverse
Falso esistono e sono esistite culture magnifiche che si sono sviluppate nel pieno isolamento ed anzi sono morte appena sono state contaminate dall'esterno
- L'idea stessa di progresso significa una grande cultura unica per tutti gli uomini delle terra
Falso perché la riduzione e l'omologazione delle culture ad un unica forma è utile solo al capitale e la scomparsa delle diverse identità legate ai valori territoriali sarebbe un disastro.
- Alla fine ci arrenderemo a questo perché è inevitabile
Falso ci sono culture che convivono assieme e a stretto contatto da centinaia di anni e provando ad avvicinarsi il meglio che hanno prodotto sono mostruosità subculturali utili solo al consumismo (bianchi e neri in America).
I cinesi colonizzano l'Europa da secoli ma non si hanno tracce di matrimoni misti.
- Questo destino ineluttabile di un culturalismo mondiale culturalmente appiattito e omologato (anche sessualmente) rappresenta l'idea stessa di progresso sociale
Perché?

La democrazia è un branco
Se nel modello applicativo della democrazia fossero comprese anche delle opzioni che non garbano al potere, la democrazia applicata non sarebbe mai stata messa a disposizione dei poveracci.
In generale un branco buono o cattivo che sia, dovrebbe essere un ambiente dove conviene stare a qualsiasi individuo, il quale una volta uscito dovrebbe rendersi conto di quanto la vita sia dura da soli.
Se invece il branco stesso sbrana o per dirla meglio, fa ostruzionismo economico a chiunque si azzardi ad allontanarsi, quella non si chiama più democrazia e quello non si chiama più branco di animali, ma società umana, che è peggio.
Solo carne

In quella foto vi baciavate
era natale
voi due uniti
come una faccia sola
che se è fortunata vuol dire qualcosa
ma due appiccicate
son solo carne.

Figli di madri single
abbandonati sui pullman
in cerca di padri che si credono Bob Marley
con la bocca piena d'accoglienza
e la famiglia disintegrata.

Pranzo in piedi
cracker e tonno
con i cani sui divani,
i barboni lo sanno bene
nessuna pietá per gli esseri umani.
Una casa che sembra la tua
piena di servi pronti a sbranarsi
i nuovi borghesi
non usan le mani.

Il bacio nella foto di natale
chissà se vi eravate lavati i denti
col dentifricio fatto di ossa
degli animali appena divorati.

In fondo è anche questo amare
la carne e le ossa
che fingiamo di non vedere.

Come un sistema sufficientemente complicato* tende a diventare la realtà


Come fanno i sistemi complicati a diventare la nostra realtà?
Come mai subiamo la fascinazione per le cose complicate?
Cerchiamo di capire come queste prerogative, spesso, insieme alla dittatura del pornocromatismo abbiano prodotto delle realtà, prima sintetiche e poi virtuali, da cui non riusciamo più a divincolarci.

La dislocazione della memoria come emancipazione dal divino
La dislocazione della memoria dall'organico all'inorganico è un fenomeno presente sin da quando l'uomo ha avuto capacità tecniche sufficienti a fissare il proprio sapere su supporti di qualsiasi genere.
Si registrano simboli contenenti sapere per ovviare al problema della morte individuale.
Dio teme il sapere degli uomini, perché attraverso questo essi si emancipano da lui (o almeno tentano di farlo).
Gli Dei di diverse tradizioni puniscono nel peggiore dei modi, mettono in guardia continuamente dalla vicinanza alla luce intesa come sapere. Al punto che il peggiore e più rinnegato di tutti gli angeli della cristianità si chiama Lucifero (da lucis e feros, portatore di luce).
Imitando il modo in cui l'individuo muore per continuare a veicolare il seme che lo genera, abbiamo prodotto oggetti contenenti sapere che ci sopravvivono.
Il sapere contenuto in questi oggetti si somma nel tempo e genera la conoscenza immortale dell'umanità intera.
Prima la parola come simbolo della tradizione orale, nelle epoche in cui il contenitore del sapere era il cervello.
Poi la parola come simbolo della tradizione scritta dal momento in cui il contenitore del sapere diventerá la scrittura.

La genetica dei sistemi complicati
Partendo dalla fonetica e dalle lettere sappiamo che dentro ogni simbolo possono essere contenuti più linguaggi. Il disegno del sapere passato si rinnova nei suoni del presente, il segno del simbolo è la memoria contenuta in esso, il suono che si produce con la bocca per ripeterlo è il canale di trasmissione di questa nel presente.
I simboli contenuti nella tradizione pittorica rupestre, insieme alla voce, costituiscono un sistema ibrido, in parte organico (voce) in parte inorganico (supporto) che determina l'inizio della tradizione e del valore per l'insegnamento. Attraverso i segni e la voce, attraverso il racconto, i vecchi insegnano ai giovani come comportarsi nelle varie situazioni che potrebbero dover affrontare.
Con il tempo si forma un alfabeto di simboli che determina a sua volta una realtà nuova e viva, il linguaggio.
Teatro, musica e molte altre discipline si genereranno da questo sistema di comunicazione ibrido.
L'essere umano rimarrá comunque per moltissimo tempo il componente imprescindibile, l'interpretazione di questi linguaggi da parte del singolo determina il talento individuale, l'arricchimento degli stessi e talvolta il successo personale.
La realtà e linguaggio si influenzano reciprocamente, in ogni caso cio che esiste ed è creato da e per l'uomo, continuerà per molto tempo ad occupare lo spazio maggiore, gli individui del futuro ne saranno custodi e beneficiari.
Lo scopo finale del linguaggio rimane sempre è comunque quello di essere creato e fruito da umani e per umani, tutte le discipline trovano i loro momenti piu alti in questo principio.

Il prezzo dell'immortalità
Il primo grande sbilanciamento avviene con la lingua scritta, in particolare con il libro, un veicolo di sapere che comincia ad incamerare dentro di se la memoria, ma irrigidendola, trasformandola in qualcosa di inorganico.
Il prezzo dell'immortalità è l'irrigidimento, quindi il sapere, da cosa fluida e discorsiva incomincia ad cristallizzarsi.
Da qui in poi la realtà inizia un po' alla volta a modificarsi in base alle esigenze degli oggetti (del sapere o meccanici) che contengono la memoria, la quale in futuro, sarà sempre di più contenuta negli oggetti stessi.
Gli oggetti meccanici come il telaio ad esempio, che nella sua matrice memorizza un disegno, poi gli oggetti meccanici più complessi, in fine lo sbilanciamento definitivo che avviene con gli oggetti da calcolo, i quali, nella loro versione piú moderna, finiranno per sostituire oltreché parte della memoria, la nostra capacità di ragionamento.
Inutile dire che nell'era della religione capitalistica il calcolo e la registrazione (memoria) sono le forme di ragionamento piu privilegiate.

Comincia l'era intermedia degli oggetti che modificano la realtà e finiranno per produrne una loro.

Nel mondo ipercapitalistico il contenitore di memoria con funzioni da calcolatore evoluto, tende a diventare anche lo strumento unico della creatività, dell'insegnamento, della musica e di molte altre discipline, fino al punto che chiunque non lo utilizzi, viene considerato stupido e antiquato.

Il contenitore di memoria più moderno
Gli smartphone in quanto evoluzione ulteriore dei computer e mediatori della realtà, determinano la morte definitiva del linguaggio e della comunicazione emozionale, quella dove si imparano a decifrare le facce i corpi degli altri.
l'oggetto tecnologico non è più solo custode di memoria, tiene in pugno la comunicazione stessa, la genera e la modifica, oggi vengono creati linguaggi appositi per parlare con esso, o per aiutare le macchine a parlare tra di loro, linguaggi sconosciuti alla maggior parte degli uomini ma funzionali alle macchine stesse.

Il tecnico dimentica il proprio linguaggio nativo e diventa pastore di macchine, le quali nella relatà nuova e distorta risultano essere più intelligenti di lui.

Non è più l'oggetto ad adattarsi alle nostre capacità comunicative, siamo noi a doverci erudire rispetto alle sue, le quali oltretutto cambiano continuamente, proprio per tenerci soggiogati.
La macchina ipermoderna, dati i suoi standard così alti di funzionamento, esige dei linguaggi propri, il computer diventa contenitore e fruitore di linguaggi che necessitano noi come discepoli, tecnici e custodi.
Se l'intelligenza umana si riduce a capacità di memorizzazione, velocità di calcolo e probabilità di profitto, dobbiamo necessariamente considerare le macchine come più intelligenti di noi.
Il contenitore di memoria più moderno è un oggetto integrato, che permette svariate attività ma la piú importante è sempre l'acquisto e quest'ultimo è raggiungibile con un click ovunque vi troviate.

Man mano che le "x" per chiudere le finestre inopportune si fanno sempre più piccole, l'acquisto (anche semi-accidentale) diventa una scelta quasi inevitabile.

Un tempo il contenitore di sapere e memoria era un oggetto diverso, generatore si, di spazi sintetici, ma creati comunque nel mondo reale, architettonici, abitabili, che vedevano l'uomo sempre al centro del tutto. I contenitori stessi erano limitatamente contaminati dalla mercificazione, nel caso del libro stampato, poca pubblicità e l'acquisto dell'oggetto in se, quando questo non era liberamente fruibile.
Attraverso i nuovi oggetti si comunica (per ora) ancora con i vecchi linguaggi, ma a una distanza tale da permettere ad intermediari commercialmente agguerriti di inserirsi nel canale a loro discrezione. Di carpire pezzi di comunicazione o di vita privata per convincere o stimolare i comportamenti delle masse ad utilizzo del miglior offerente (più di recente anche in materia di elezioni politiche).
Gli oggetti atti solamente alla registrazione della parola catturavano l'attenzione e ne spostavano temporaneamente l'asse, dal mondo reale a quello immateriale del ragionamento e della comprensione.
Ecco un esempio pratico, si leggono libri e grazie a questi si impara a costruire ponti, poi ci si allontana, si  sperimenta il sapere fin lì accumulato nel mondo reale, mentre si costruisce l'opera avvengono intoppi e si risolvono come problemi veri nel mondo vero. Alla fine c'è un ponte nuovo, grazie al sapere e al genio umano la realtà è migliorata. In seguito si torna a modificare i libri arricchendoli dell'esperienza nuova.
Questa oscillazione dal mondo reale a quello immateriale del sapere simulato, fino ad un certo punto della storia umana ha visto una partecipazione maggiore degli esseri umani, in termini di tempo, alla vita reale.
Ma cosa è avvenuto dopo?

Dal reale, al sintetico, al virtuale
Rivoluzioni agricole ed industriali e poi quella petrolifera. Ad un certo punto il mondo smette di essere una realtà a misura d'uomo, per trasformarsi in un'enorme spazio architettonico a misura di macchine, di cui gli uomini sono manutentori e custodi senza nemmeno rendersene conto.
Si comincia coi carri, poi si passa alle automobili per finire alle macchine elettriche.
Nell'era moderna gli spostamenti mantengono vivo un sistema elettro-meccanizzato il cui sangue é ancora il petrolio, spostamenti che divengono forzati e sono utili al sistema stesso più che all'individuo. Sfruttando la complicità di una sinistra imborghesita e collusa con il potere capitalistico, si provocano ad arte mostruosità come il culto della velocità o dell'immigrantismo come condizione naturale e non forzata. Si scopre cioè che la ricchezza promessa è un buon incentivo per far spostare masse di poveracci, piuttosto che doverli imbarcarli come schiavi.

In pratica gli schiavi di oggi accecati dal miraggio della terra promessa del capitalismo realizzato, il biglietto per diventare schiavi se lo pagano da soli.

Oggetti migliori o uomini migliori?
L'errore è pensare che siano solo gli oggetti e il loro mondo a dover migliorare, mentre dovrebbero essere il nostro essere civili ed il linguaggio a tornare ad evolvere, a tornare cioè ad essere parlato da esseri umani che interagiscono fisicamente tra di loro.
Il mondo reale inoltre, dovrebbe tornare ad essere a misura di uomo e non di macchina.
Oggi l'enciclopedia Treccani inserisce capitoli sul linguaggio da smartphone o coniato dai giovani in ambito tecnologico, perché la modificazione del linguaggio in forme peggiorative viene considerata come una cosa inevitabile dal punto di vista evolutivo.
Ma lo è?

Cyber Uroboro
Su una nave allo sbaraglio non esiste più senso dell'orientamento rispetto al futuro, nessun valore comune.
La realtà è quello che ci capita nei mondi prima artificiali poi virtuali da noi stessi creati.
L'unica legge che vige in questa religione è il profitto, l'unico oggetto di culto è il denaro (per i poveracci) e il potere per chi controlla davvero il gioco.

I colori iperrealistici prodotti prima dall'industria chimica poi da quella del divertimento elettronico, continuano a rappresentare una realtà migliore della nostra ma finta, se cediamo alla tentazione di viverci tutti dentro, chi si occuperà di migliorare il mondo reale?

Oggi noi agiamo modificando la realtà stessa per essere più adatta e quindi più simile a quei mondi finti in cui siamo rimasti imprigionati.

Era già tutto sintetico
Il mondo finto è un mondo comunque esistente, che in qualche modo simula, ma non è più a misura d'uomo, la realtà alterata del mondo capitalistico è inizialmente serva del profitto e delle macchine, tutti gli spazi architettonici sono cambiati per servire questi nuovi padroni. Fabbriche, case vicino alle fabbriche dove ammassare esseri umani, luoghi di smercio e intrattenimento dove spendere gli stessi soldi guadagnati per rimetterli nelle tasche di chi li ha elargiti.

Non importa se sintetica o virtuale, qualsiasi realtà non più a misura d'uomo è inaccettabile.

Si passa dal mondo reale dell'uomo, ai mondi immaginari della fantasia e dei segni (ancora connessi con quello dell'uomo) fino ai mondi sintetici del capitale, per poi finire ai mondi virtuali dei computer e del turbocapitalismo, che hanno come finalità ultima quella di modificare i comportamenti delle masse e far accedere i consumatori all'acquisto in maniera immediata e senza bisogno di spostamenti fisici.
In un mondo dove nessuno trova più un posto dove stare fermo e un'occupazione, le macchine elettriche possono anche stare ferme ma gli uomini non possono più permettersi di farlo.

Il futuro non sarà mai reale
Se i paesi del terzo mondo dovessero riempirsi di cavi in fibra ottica prima che di fognature o scuole, i loro abitanti salterebbero i mondi sintetici del capitalismo, per finire direttamente a quelli virtuali del turbocapitalismo. Le popolazioni di questi paesi potrebbero cioè continuare a morire di fame ma ordinando merce su Amazon.
Il mondo virtuale finirà per uccidere quello sintetico, di cui non rimarranno che le rovine, ma giusto perché i mostri elettrici stiano al coperto.
A un certo punto della storia, quando la produttività e il profitto, per l'importanza da noi arbitrariamente attribuitagli, hanno sostituito la creatività e il genio, è cominciata l'era dei linguaggi tecnici, l'evoluzione degli oggetti invece che dei linguaggi in essi contenuti. Oggi abbiamo creato linguaggi più utili alle macchine che a noi, inoltre da diverso tempo stiamo migliorando i loro habitat invece che i nostri...
è il peggio è, che alla maggior parte di voi, tutto questo sembra inevitabile.

* Per complesso intendo una cosa bella e piena di particolari come un panorama, per complicato intendo una cosa volutamente resa incomprensibile e per ragioni strategiche.