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Psicopattini elettrici


Prologo

Da un po' di tempo il mio telefono si spegne a caso. Oltre a questo, dopo il messaggio "la batteria si sta consumando troppo velocemente vuoi attivare il risparmio energetico?" l'ho autorizzato stupidamente. Da lì in poi lo schermo del telefono va in stand by ogni 5 secondi lasciandomi credere che sia morto. Per aggiungere un po' di pepe al tutto, il tasto laterale per riattivare lo schermo è rotto. Bisogna premere forte e più volte, per capire se sia davvero spento o solo in stand by. Diciamo che gli ingredienti per il cocktail del nervosismo sono pronti per lo shaker.


L'inizio del disastro 

Gita a Torino, io e C. parcheggiamo in Corso San Maurizio e camminiamo verso il centro, arrivati davanti a Palazzo Nuovo ho la brillante idea e dico: "prendiamo i monopattini?" Trent'anni fa avrei dato il documento e cinquemila lire a un tizio. In un tempo stimato di due minuti, avrei avuto il monopattino. Oggi grazie al superlativo avanzamento tecnologico mi perdo mezz'ora di vita tra app, funzionamento delle stesse, registrazioni e conferme varie.

Alla fine ce la faccio. Inquadro il codice QR sul trabiccolo e una voce robotica in inglese dice "welcome on board". Prendo l'attrezzo e accelero, nulla. C. mi guarda come una ranocchia sul loto, pigio, muovo di tutto, ci salgo e mi do la rincorsa, gli parlo. I passanti e gli studenti dalle case intorno cominciano ad interessarsi al vecchio che bisticcia con il nuovo. 


La tempesta perfetta

Un'euro e quaranta dopo (due minuti a occhio e croce) lo rimetto a posto di fianco a tutti gli altri, clicco sul telefono "fine corsa". La app mi chiede di fare una foto e il tassametro si stoppa. Una piccola vampa e il diavolo compare divertito sopra un lampione. Intestardito inquadro un' altro monopattino, messaggio di benvenuto a bordo e lo schermo del telefono si spegne. Immediatamente penso che sia morto. Panico, come un shampoo all'azoto liquido. Mi muovo con lo schermo spento in avanti e due degli altri monopattini dicono "welcome on board, your money is our honey!" clicco il tasto laterale ma lo schermo non si accende, a questo punto il telefono è proprio morto. Un'profluvio di bestemmie si promana da me è potente e scricchiolante, come un incendio in una chiesa messicana. C. ormai abituata ai miei eccessi, tira fuori una siringa e comincia ad aspirare del valium da una boccetta. Io intanto tiro calci e pugni scomposti per aria. Faccio cadere tutti i monopattini tipo domino, ancora bestemmie, calde come piogge primaverili su giovani amanti. 


San Vito Dancing Club

Penso a tutte le opzioni possibili, non mi viene in mente nulla. Ci sono! Corro verso la macchina. Scatto venti metri, ho male al petto. Mi fermo a metà strada di fronte a un negozio di fotocopie. A quel punto un sospetto fioretto mi trafigge in petto, se metto il telefono sotto carica poi come faccio a tornare lì per fare la foto ai monopattini? (Dato che non tiene la carica e si spegne). Lacrime di nervoso come petrolio infuocato sgorgano dai miei occhi malefici.

Intanto il diavolo sul lampione ridacchia mangiando pop corn.

In preda alla disperazione mi ricordo che nel portafoglio ho il cazzillo per aprire la chassis della SIM, C. a quel punto mi ha raggiunto, idea! Scambio di telefoni. Smonto tutto convulsamente in mezzo alla strada.

C. prova a calmarmi ma ormai sono pazzo duro, il cazzillo cade, lo ritroviamo.

La realtà mi picchia in faccia come il bullo nel cortile della scuola, se scambiamo SIM passeranno ancora venti minuti tra scarico app e iscrizioni varie, non funzionerà.

Tento il tutto per tutto, arrivo alla macchina e metto il telefono sotto carica.

iI livello di bestemmie si abbassa ad un lirismo sommesso e infiorettato, tipo lettura di poesie nel Greenwich Village.

Tre minuti seduti in macchina, C. prova a buttarmi addosso dell'acqua santa, l'ultima volta ha funzionato. Nulla, l'acqua evapora prima di toccarmi.

Poi senza dire niente, provo il tutto per tutto, mi alzo come un vecchio Flash dalla sedia a rotelle della casa di riposo per supereroi, stacco il telefono e corro.

Tutto rallenta, i pop corn cadono dalla bocca del diavolo che, vedendomi girare l'angolo, spalanca gli occhi da sopra il lampione.

La gente dai balconi sente un fremito elettrico nell'aria tipo ritorno al futuro e si gira appena prima di rientrare in casa, supero di nuovo il negozio di fotocopie, arrivo di fronte ai monopattini, apro la app, clicco termine corsa, mi chiede di fare la foto, fotografo tutto, la app di dice, sono 3 euro e 40, vuoi lasciare un commento? 

C. intanto mi ha raggiunto paziente come un buddha. Prende il mio braccio con la dignità di un'infermiera specializzata in specie aliene. Poi mi sussurra tranquilla come un carillon in una soffitta di Parigi "ti serve un telefono nuovo".

Abbiamo continuato la nostra passeggiata verso la fiera delle piante strane in piazza Vittorio.

Ho comprato una pianta carnivora.


Un secondo prima
Capitolo 1
Una vita prima

Mentre la guardavo per l'ultima volta, pensavo che se fossi stato una stanza, sarebbe stata la mia cucina. Negli ultimi anni la mia casa si era ristretta ai suoi spazi essenziali. Certo, avevo anche altre stanze a disposizione, ma tutto quello che mi serviva era lì. Calda, pulita e disordinata, come un pezzo di musica jazz. Il resto della casa era il simulacro degli spazi che avrei potuto usare, se avessi vissuto meglio.
Niente figli e con le donne avevo chiuso da un pezzo, i cani li avevo lasciati perdere dopo aver raggiunto quell'età in cui non sai se vivrai più tu o loro. Per altro anche svegliarsi presto la mattina per portarli a spasso non era più, diciamo così, tra le mie priorità.
Dentro lo sgabuzzino avevo una capsula Sieltech che ne occupava praticamente tutto il volume. Grigio metallizzata e blu, con una certa compostezza ipertecnologica e il suo design moderno, si sforzava di comunicare un'affabile tranquillità, ma a me sembrava solo quello che era, un sarcofago. Non aprivo mai la porta di quello stanzino e per diverso tempo il fatto di avere una mostruosità del genere in casa, mi causò non poco fastidio. Fino a quando, qualche anno prima, l'auto-eutanasia divenne socialmente accettata, per poi trasformarsi addirittura in una moda. Giovani particolarmente problematici, star fallite di youtube in cerca di un'ultima scintilla di vanagloria e infine la gente comune. Quando il governo obbligò tutte le persone anziane e sole ad averne una, l'acquistai e col tempo il mio fastidio dovette cedere il passo a una sobria rassegnazione. Avrei usato la capsula quando il dottore mi avesse diagnosticato una malattia qualsiasi da cui non sarei più potuto guarire, giusto poco prima di diventare un peso per me stesso o gli altri. La procedura era semplice e pulita, i soldi per la cremazione erano già compresi nel prezzo. Quando sarebbe stato il momento mi sarei sdraiato al suo interno e la mia vita sarebbe scivolata dolcemente verso l'oblio, o almeno così diceva la pubblicità. Al momento del decesso il personale della Sieltech, che già aveva le chiavi di casa mia, sarebbe stato avvisato via e-mail per venire a prelevare il cadavere.
Stavo per dire addio alla mia casa quindi, il posto dove ogni tanto vagavano ancora felici, le anime delle donne che avevo amato. Stranamente però, tutto questo mi faceva sentire bene, forse un po' in colpa, ma in fondo ancora vivo.
A settant'anni trascorrevo la maggior parte delle mie giornate tra la cucina e il divano.
Uno stanzone unico diviso da un mezzo muretto, oltre al quale c'era il piccolo salotto che usai come tale, almeno fino a quando l'ultimo dei miei amici ebbe la forza di venire a farmi visita. I giovani non sapevano neanche più cosa volesse dire "andare a trovare qualcuno" e in ogni caso, dopo le prime piogge nere, anche io cominciai a uscire di meno e il salotto finì per diventare anche la mia camera da letto.
La cucina era il cuore caldo della mia casa, il piccolo tempio dei pochi piaceri rimasti. Il mio divano era un rifugio per i pensieri, nonché un santuario per solenni pisolini. La vita semplice dei vecchi soli è fatta di una specie di caos ordinato, libri letti a metà, una scacchiera con il quiz della settimana e un computer spento da molto tempo. Ah! e c'era anche quell'aggeggio che avevano tutti, la diavoleria che accende la luce, racconta le barzellette e ti dice cosa manca in frigo. Giaceva lì, in pezzi dietro al divano, l'avevo scaraventato contro il muro qualche anno prima.
Tenevo le medicine in cassetti dove non avrebbero dovuto essere, mischiate con vecchie fotografie che ogni tanto riguardavo. In quei momenti me ne stavo davanti allo specchio con un sorriso ebete, mentre i ricordi fluttuavano di fronte a me, nei giardini colorati del tempo. L'esercizio di richiamare alla memoria eventi come feste di compleanno, o nomi di vecchi amici, era malinconico e piacevole in egual misura. Oltre a questo, era anche un modo simpatico per testare quali parti del mio cervello fossero ancora vigili.
Avevo barattoli di conserve illegali fatte da me, una vecchia taser-gun mai usata sotto il cuscino e un mini proiettore per vedere qualche film, insomma, non me la passavo poi così male.
In ogni caso, se un giovane di quegli anni mi avesse fatto visita, avrebbe pensato di essere finito in un museo o peggio nella soffitta di una casa abbandonata.
Il mio mondo era tutto lì e quello che c'era fuori, m'interessava quanto mettere la testa in un nido d'api, tenendo presente che nessuno sapeva più che aspetto avessero quegli animali.


Capitolo 2
Un anno prima

La Terra aveva superato i quindici miliardi di abitanti ormai da tempo. Il trenta per cento delle terre emerse era sott'acqua. Il livello delle polveri sottili presenti nell'atmosfera era ormai altissimo, tanto che le città più grosse erano state evacuate. Le politiche ambientali, di green economy e infine addirittura di controllo demografico, avevano fallito. Inoltre, le nuove tecnologie edilizie sotterranee, o di bonifica dei terreni climaticamente più inospitali, non avevano dato buoni frutti.
Avevamo superato il tempo massimo per poter recuperare il pianeta. Entro l'anno si sarebbe verificato, quello che gli esperti definivano come il collasso meteorologico globale.
Alcuni super ricchi di ogni nazione avevano cominciato ad acquistare montagne, l'idea era quella di farle scavare all'interno. Avrebbero voluto far costruire delle enormi abitazioni residenziali sotterranee, blindate, isolate, con sistemi di areazione artificiali ed energeticamente indipendenti. Non ci si trasferirono mai e in ogni caso suppongo sapessero che, dato lo stato di degrado del pianeta, non sarebbe durata a lungo neanche per loro.
La forma più alta di presunzione umana fu quella di vivere per tanto tempo sull'orlo del disastro, pensando che non sarebbe mai arrivato. Finite le rivolte per il carburante, cominciarono quelle per l'acqua. Tutti i paesi entrarono in una feroce competizione per lo sfruttamento delle poche risorse energetiche rimaste, fino al punto in cui arrivammo a sfiorare un conflitto mondiale.
Queste premesse fecero sì che, dal duemiladuecento in poi, tutta l'esplorazione spaziale fu dedicata alla ricerca di un pianeta nuovo. Uno sforzo economico e tecnologico enorme, supportato da tutte le nazioni del mondo.
Dopo tanti anni, una vera sfida pacifica mise tutti i governi del mondo d'accordo. Se c'era rimasto un po' di buonsenso e talento negli esseri umani, era ora di tirarlo fuori e sfruttarlo per raggiungere questo obiettivo, trovare una nuova casa per tutti.


Capitolo 3
Un mese prima

Non ho bisogno di guardare delle foto per ricordarmene, fu un giovedì mattina. Stavo facendo colazione, il sintolatte e i corn flakes mi caddero di bocca, cominciai a frugare freneticamente il tavolo con le mani alla ricerca del telecomando. Quando alzai il volume del televisore ancora non ci potevo credere, la conduttrice stava dicendo che il nostro nuovo pianeta si chiamava Stenix 4, ed era pronto ad accoglierci. Guardai in strada, all'improvviso tutti gli schermi stavano mostrando le stesse immagini, scritte e colori, ovunque. Un telegiornale in ogni lingua andò in onda in tutto il mondo per quarantotto ore di seguito. Ce l'abbiamo fatta! l'abbiamo trovato! un mondo nuovo. Le sonde e i mini-rover avrebbero cominciato a inviare a breve i primi risultati. Dopo pochi giorni si seppe che Stenix 4 era quasi perfetto, aveva una stella che lo riscaldava, le sue giornate duravano venti ore e le sue caratteristiche sembravano del tutto simili a quelle della Terra. Animali differenti ma non troppo pericolosi, specie vegetali diverse ma in minima parte commestibili e per ulteriori conferme, molto presto un piccolo insediamento umano avrebbe cominciato a condurre studi più approfonditi.
Il sistema solare da raggiungere era molto lontano, ma un'altra grande scoperta scientifica ci diede ulteriore speranza. Una novità che avrebbe rivoluzionato i viaggi interplanetari. Il Giappone rese noto a tutti che grazie all'incredibile scoperta di uno studente, un'equipe di scienziati specializzati aveva potuto produrre e testare un nuovo tipo di sistema propulsivo. Sei mesi dopo, un team di ingegneri arrivati da tutti i paesi del mondo, annunciò il varo della prima astronave a reattori oscuri. Un gruppo di scienziati destinato a creare il primo insediamento sul nuovo pianeta, partì dopo poco.
Successivamente tutti i governi cominciarono a mettere in cantiere i cargo spaziali con la nuova tecnologia propulsiva. Al telegiornale dissero che sarebbe stato possibile raggiungere Stenix 4 in una sola settimana. L'esodo era ormai una realtà.


Capitolo 4
Una settimana prima

Tutta la popolazione mondiale avrebbe dovuto essere assistita, preparata ed equipaggiata per la partenza. La produzione ordinaria di altre merci, si fermò per cedere il passo a tutti i prodotti necessari all'esodo. La gente dovette imparare le procedure d'imbarco e di permanenza nello spazio, fu quindi ordinato a tutti di seguire dei corsi online, sui posti di lavoro, nelle scuole e in uffici creati appositamente. Negli ospedali, ampi spazi furono adibiti ad ambulatori per l'assistenza psicologica alle persone sole, o più spaventate.
A livello organizzativo, quindici miliardi di persone che lasciavano un pianeta, non era proprio uno scherzetto. La scoperta di una nuova casa diede però speranza, inoltre contribuì ad alleviare le tensioni tra le popolazioni di tutte le nazioni e le loro amministrazioni.
La campagna d'informazione visiva fu massiccia, per mesi su ogni schermo, ologramma aumentato o cartellone pubblicitario animato, tutte le immagini mostrarono con orgoglio ogni buona notizia che arrivava dal primo insediamento umano. C'era un collegamento costante con Stenix 4 in stile grande fratello. I ricercatori sorridenti mostravano il pollice alla telecamera o scherzavano tra di loro, venivano ripresi mentre facevano crescere piantine o, esplorando le foreste, spiando curiosi nuove specie animali da lontano.
In ogni città della Terra, ovunque ci fosse uno schermo qualsiasi, una piccola folla si radunava subito attorno ad esso per rimanerci incollata anche tutto il pomeriggio. Nelle scale del mio palazzo vedevo i volti sorridenti e stupiti degli inquilini. Tutti si affrettavano a togliere le maschere e le tute antinquinamento, prima di entrare in casa e riferire le buone notizie. Li sentivo discutere animatamente e sorridere attraverso i muri. Per la prima volta il tintinnare grigio e sordo della pioggia nera, veniva sovrastato dal suono delle risate della gente.
C'erano famiglie dietro quei muri, persone vive che si erano quasi dimenticate dell'idea di un'esistenza migliore, e io ero uno di loro.


Capitolo 5
Un giorno prima

Il penultimo giorno tornando dai corsi di preparazione, passai di fianco alla villa di un vicino, era un uomo molto ricco di cui sapevo poco, a parte che aveva una bella famiglia e credo lavorasse per la televisione. Lo avevo incrociato qualche volta ed era stato cordiale ma molto distaccato. Avevo lo scatolone con il kit per la partenza tra le mani e stavo rimuginando su quello che avrei dovuto lasciare a casa. Immaginavo che per chi avesse posseduto molte più cose di me, sarebbe stato tutto più difficile. Mi fermai e buttai un occhio oltre il cancello, in giardino non vidi nessuno, si erano già imbarcati, capii che ero in ritardo come al solito e aumentai il passo.
Arrivai a casa che era ormai sera e trovai il mio assistente sociale alla partenza ad attendermi, il ragazzo mi diede i miei nuovi documenti d'identità e la carta d'imbarco. Poi mi disse di sbrigarmi che non avevamo più tempo, saremmo partiti il mattino seguente. L'assistenza era impeccabile, gli uffici comunali avevano provveduto a formare questi assistenti, per aiutare le categorie più deboli e gli anziani, fare i bagagli, chiudere i conti bancari e formalità di questo genere. Nelle ultime settimane questo ragazzo mi era stato davvero d'aiuto, ed era una benedizione, dato che se avessi fatto tutto da solo, avrei di sicuro dimenticato qualcosa.
Tutto il sapere umano, i dati bancari e l'intero internet, erano stati salvati dentro degli enormi data center, i quali erano già stati imbarcati sui cargo.
Per questioni di spazio, queste astronavi vennero dotate di un sistema di guida automatico. Per la stessa ragione e a causa del poco tempo, non fu possibile costruire cuccette o alloggi, ma solo degli hangar interni. Questi enormi spazi erano però stati attrezzati come giardini, divisi per quadranti e quartieri, in questa maniera avremmo fatto il viaggio vicino a persone che già conoscevamo. Queste aree erano attrezzate ma bisognava adattarsi a stare tutti assieme, dormendo su brande o sacchi a pelo. Ci dissero che del personale di polizia avrebbe garantito la nostra sicurezza, ma il buonumore era talmente alto, che non ci sarebbero stati problemi in tal senso.
La mattina dopo, il mio assistente sociale alla partenza arrivò di buonora. Poco prima di uscire, alcuni vicini di casa che non avevo mai visto, vennero a chiedermi se avessi avuto bisogno di qualcosa, fui grato ma risposi che era tutto ok.


Capitolo 6
Un'ora prima

Era giunto il momento quindi, salutai la mia cucina e le conserve, sapendo che per un po' avrei rinunciato a qualche piacere. Quando l'assistente sociale alla partenza si offrì di portarmi la valigia, declinai gentilmente. Uscendo guardai sconsolato la maschera e la tuta antinquinamento, erano appese lì, sull'appendiabiti nel pianerottolo, come seppie di plastica morte. Le indossai più serenamente sapendo che sarebbe stata l'ultima volta, il mio assistente fece lo stesso. Mi accinsi a chiudere la porta di casa e incrociando lo sguardo del ragazzo, lo vidi accennare a un sorriso bonario, alzai le spalle, sorrisi anch'io e lasciai la porta aperta. Scesi le scale e uscii dal palazzo senza rimpianti.
Tre van da dodici posti attendevano sotto casa, il ragazzo mi diede un colpetto sulla spalla e disse — Le va bene se guido io? — . I miei vicini di casa erano già saliti, salutai tutti e mi sedetti nel posto di fianco al conducente. Ci togliemmo le maschere e partendo guardai il ragazzo da vicino per la prima volta, era giovane, sulla trentina, con le spalle robuste e gli occhi pieni di speranza. Insomma, era quel genere di persona che vorresti vicino quando t'imbarchi per la prima volta su un astronave.
Per non congestionare il traffico, tutti i quartieri erano stati scaglionati per la partenza con giorni e orari differenti ma rigidi, nell'arco di due settimane ogni città sarebbe stata evacuata.
Molti van, quasi tutti recuperati dalle compagnie di taxi, erano stati messi a disposizione della popolazione. In strada le persone si muovevano animatamente, sembravano caricare i loro bagagli con la fretta gioiosa di chi parte per le vacanze. Sull'altro lato della strada, un bambino veniva rimproverato da sua madre perché aveva provato a togliersi la maschera antinquinamento.
Improvvisamente la pioggia nera cominciò a scrosciare sui vetri, guardando lo spettacolo tetro della città che si tingeva di nero per l'ultima volta, ripensai con nostalgia al mio divano. Scacciai la tristezza e feci qualche domanda di cui già conoscevo la risposta al ragazzo, giusto per ammazzare il tempo, i vicini dietro chiacchieravano allegramente.


Capitolo 7
Un minuto prima

La vista dei cargo spaziali nei campi fuori città era impressionante. Dalla nostra distanza si vedevano solo dei plotoni di parallelepipedi grigi a perdita d'occhio, più in lontananza alcuni di questi si stavano già sollevando in aria. Quando arrivammo nei pressi del nostro cargo, notai delle piccole file di mezzi che si avvicinavano da tutti i lati, ogni cosa procedeva in maniera lenta ma ordinata e da quello che potevo vedere sullo smartphone, era così in ogni città. Abbandonammo il van e ci avvicinammo a piedi per metterci in coda dietro agli altri. Nell'attesa chiesi al mio assistente dov'erano i malati e i carcerati, mi rispose che c'erano delle aree apposite per ogni categoria, quelle dei carcerati però, erano off-limits. All'ingresso degli hangar il controllo fu una formalità, passai attraverso uno scanner con il mio biglietto in mano, una voce robotica mi augurò buon viaggio. Appena entrato vidi un mare sterminato di gente, una moltitudine di teste che generava un fragore oceanico. Il mio assistente si congedò, ma mi disse che sarebbe tornato a breve per controllare come stavo. Prima di andarsene mi diede una cartina che mostrava i punti di ristoro, le toilette e i terminali informativi, mi indicò il settore del mio quartiere, E-9. M'incamminai in mezzo alla gente, ero stordito dal vociare continuo e dalle grida stridule dei bambini. C'erano panchine, brande e sdraio ovunque, qualcuno stava già mangiando un panino o bevendo una bibita, tutti sorridevano e chiacchieravano animatamente. A quel punto, un'altra voce robotica proruppe dai megafoni, informò tutti di sedersi sul prato artificiale o sulle panchine, al che ci adagiammo per terra lentamente, come un gigantesco tappeto umano. Una ragazza si attardò correndo dietro al suo cagnolino e infine si sedette. Il vociare calò di volume fino a quando ci fu il silenzio. Un breve conto alla rovescia e poi una vibrazione, che si trasformò nel clangore lamentoso di un'enorme bestia metallica e poi in un rombo, potentissimo. Tutto tremò e sobbalzò per alcuni secondi, sentii qualche urlo e infine ci sollevammo pian piano, come su un cuscino di aria. Ci fu un lungo applauso, risate e molte lacrime, la gente si abbracciava e io pensavo alle turbolenze e ai viaggi in aeroplano. Una signora che piangeva mi abbracciò e poi mi prese le mani, le strinse forte e sorridendo come una bambina mi disse, "ce l'abbiamo fatta! Ce l'abbiamo fatta!".


Capitolo 8
Un secondo prima

Il mio assistente alla partenza mi venne incontro facendomi un cenno con la mano, era raggiante e aveva del rossetto sulla guancia. Mi chiese “tutto bene?”, risposi “si, nel trambusto degli ultimi giorni ho scordato di chiederle il suo nome, deve scusarmi”, lui sorrise gentilmente e mi disse “David”, poi ci stringemmo la mano come due bambini il primo giorno di scuola. Dopo qualche attimo di silenzio imbarazzato gli chiesi dov'era il bagno, lui me lo indicò pazientemente sulla cartina e poi con il dito, “è laggiù, lungo la parete dell'hangar”. Prima d'incamminarmi mi girai e gli chiesi “scusi la domanda assurda David, ma se un anziano come me dovesse morire durante il viaggio, quale sarebbe la procedura?” lui rispose “so che hanno imbarcato delle capsule Sieltech per ogni evenienza, sono la soluzione più igienica, in quanto perfettamente isolate, potrebbero contenere i corpi fino all'arrivo, ma lei non ne avrà bisogno glielo assicuro”. Poi vedendo la mia espressione vacua aggiunse “se le interessa può vederle, c'è una paratia che copre una feritoia, proprio di fianco alla porta dei bagni, ma ci vuole una chiave a codice per aprirla” al che avvicinandosi mi sussurrò “tenga usi la mia, ma mi raccomando me la riporti subito” mi fece l'occhiolino e aggiunse “l'aspetto qui”. Presi la chiave annuendo e mi avviai verso i bagni, ci vollero dieci minuti buoni per arrivarci, a metà dei quali la solita voce robotica avvisò dai megafoni che eravamo fuori dall'orbita terrestre. Ancora applausi e urla di gioia, il tappo di una bottiglia di spumante per poco non mi arrivò in testa.
Poco prima di entrare in bagno vidi la feritoia coperta, mi ci misi di fronte incuriosito e cercando di non dare troppo nell'occhio. Appoggiai la chiave sul quadrante e premetti il pulsante, quando la feritoia si alzò di scatto mi avvicinai al vetro. Vidi uno spazio immenso e scuro, un doppio fondo molto ampio che correva lungo tutta la parete dell'hangar. All'interno di questo, in altezza e larghezza, c'erano centinaia di migliaia di capsule Sieltech, erano tutte impilate in maniera ordinata e si estendevano a perdita d'occhio. Mi girai terrorizzato, proprio un secondo prima di capire, che tra tutta la gente dietro di me e quella che avevo visto fino a quel momento, non c'erano altro che poveri.

Finito di scrivere il 11/12/2019

L'orsacchiotto più grande

Ieri mentre vomitavo ho pensato che i lacci da scarpe non servono più a niente, se non ad arricchire i furbi che li producono.

I proprietari delle aziende di lacci indossando scarpe senza lacci.
L'energia non si crea e non si distrugge, cambiano le mosche ma la merda è sempre la stessa, solo che sta finendo.
Vomito + tosse = vomitosse.
Un piccolo saluto di morte, sconquasso, collasso alcolico.
Fino a ieri sera ero giovane, ed essere giovani significa vomitare.


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La moglie del mio capo è una mantide religiosa, si aggira di notte per gli uffici, scatta in avanti claudicante, poi rallenta e si guarda intorno coi suoi occhi di metallo liquido e dice “Paolo, tu ragazzo intelligiiente, non parlarmi di tiempo!”. L'altro giorno mi ha chiuso in bagno tra le sue braccia taglienti, ho sentito sopra la testa il suo alito di ghiaccio, abbassandosi mi ha tirato giù i pantaloni e il suo respiro si è fatto caldo, ma all'improvviso ha tranciato la porta in due, poi andandosene ridendo soddisfatta, ha urlato “non pienserai mica che Siniior Barilla faccia più pasta di quanta ne sierva?”.

Il mio capo è un uomo arricchito e snob a cui piace farsi vedere con un bicchiere di Brandy in mano, un cinese che prova a fare il canadese insomma.
Anzi INSOMMA!
Si sforza di ascoltare musica classica e mangiare bene, ma quando tutti si girano, beve vodka polacca e mangia cadaveri di animali morti, sì ma, salati e speziati a dovere. É stronzo con tutti per diletto, perché pensa che questo gli conferisca un'aria intelligente, confonde spesso il potere con il sapere, solo la morte e il sonno sconfiggono l'imbarazzo di stargli vicino.
Dentro questo complesso di palazzi fatti di uffici c'è un palazzo che è fatto di uffici, su un piano del quale c'è un gruppo di uffici, uno di questi è l’azienda dove lavoro, che è fatta di mini uffici, dentro il mio ufficio ci sono diverse stanze ed ognuna di queste è un ufficietto, dentro ogni ufficio c'è un loculo e dentro ogni loculo c'è una persona ingobbita, io: l'ultimo scalino evolutivo della specie umana, l'im-piegato.
La vera noia è questo, aver voglia di strapparsi via l'osso attraverso la carne del braccio solo per avere un'arma per suicidarsi...(o ammazzare qualcuno).
Fuori di qui è traffico, il virus umano che si muove, viste dall'alto le piccole bestie brulicano, si scaldano e si duplicano. La vita per forza, la vita in mezzo agli altri, l'estratto cristallino di malattia sociale in gocce.
Essere malati è normale.
A: Quando sarai morto non dovrai lavarti i denti.
B: … Non m’interessa.
A: Beh a me sì, ti puzza l'alito (e gli ficca un osso del braccio nel collo).
L'esistenza è la forma più degradata dell'essenza spirituale.
Parlare senza un ritorno economico è come passeggiare senza una meta, se lo fai per troppo tempo diventi un vagabondo dell'anima, gli altri se ne accorgono e ti snobbano, parlare senza scopo non porta soldi, non è vantaggioso.
Il mondo odia i sognatori, quando esprimo pensieri creativi o filosofeggio le facce della gente si trasformano in globuli bianchi, ed io improvvisamente mi sento sporco.
Prima di uscire dico al capo: "Tu mi sigilli il sentire, se un branco di lupi mi sbranasse mentre mi parli, non sentirei dolore alcuno" lui non mi ascolta.
A: Sono fuori
B: Senza dubbio
A: (si accarezza il braccio).
All'ora di chiusura R. ed io giriamo per i supermercati, siamo in cerca di una cena che si possa mangiare da soli, in una stanza buia, davanti a un monitor. Ci trasciniamo per corsie semi-deserte, in mezzo a commesse stanche e nevrasteniche che spingono lunghe file di carrelli verso il nulla.
C'è un magazzino o uno sgabuzzino dietro qualsiasi cosa che finge di funzionare, compreso il tuo cervello.
Io e R. continuiamo a cercare, vorremmo una cena fredda, saporita, sfiziosa, croccante, delicata, accattivante, vorremmo scoprire una vita nuova, nascosta dentro il bagliore freddo e rassicurante di questo tetra pak.
R: L'amore è meraviglioso
T: Anche la birra, ma tradisce meno aspettative.
Compriamo il solito schifo di zuppa e finiamo a rubare un po' di sesso scomodo nel parcheggio del supermercato, sembriamo farfalle che sbattono contro i neon.
Fingiamo di amarci, stupiti, stupidi, perché una farfalla sia stupida ci vanno altre farfalle che la considerino tale.
Lo starter sogghigna, il neon si accende, andiamo via.
Ci sconfigge così il tempo, come un guerriero meraviglioso che ignora le nostre vite miserabili.
Siamo tutti soli e i cani non sostituiscono l'amore, la cultura nemmeno, essa è solo l'animale da compagnia delle persone sole e intelligenti.
A lungo andare l'intelligenza finisce, se non la sfami muore, come qualsiasi altra bestia. Ci si può rendere più ignoranti di quello che si è, per gli amici si può anche perdere il sapere, consumarlo, come la benzina o il peso, basta impegnarsi a fondo.
"divertirsi è come suicidarsi, tranne che si può fare tutti i giorni".
Scorgere l'attimo esatto in cui ci si peggiora, quando si comincia a parlare solo di se stessi, della casa o delle vacanze, per giungere poi al livello più basso della scimmia moderna, usare la propria vita come metro di giudizio per misurare il mondo e la Storia.
Non si parla altro che di soldi e di soluzioni per farne.
R: Sì ma i sentimenti dove li lasci?
T: Nel televisore
Tutto questo non ha senso, la mia testa galleggia sui pullman, la mia faccia dorme riflessa nei vetri mentre io sto sveglio. Questa città è oscura e piena di topi lucrosi, opportunisti intossicati dal denaro, ex compagni delle scuole medie che t’invitano a prendere una birra per poi cercare di venderti una polizza assicurativa. Gente vestita di nero e con la faccia grigia che ti dice “Torino è una bella città” oppure “Se non ti piace Torino non hai visto Milano!”. L'unico argomento valido che ha chi difende Torino è Milano, Milano è più brutta, rullo di tamburi, è il momento del thankstothedick.
La verità è che se ne sono andati anche i piccioni da qui, le lucertole, i cani randagi e i punk …e anch’io ci sto facendo un pensierino.
Che cosa pensi? Parolacce?
Scrivile qui sotto

                                                                                                                                                 


Non passo un giorno senza bere, ho trasformato il mio daimon in un mostro orribile, poi divento ricco e famoso, poi divento io il mostro, poi la caverna scompare e Batman si trasferisce alle case popolari, si toglie la maschera e apre un Pub in Inghilterra a Elefant Castle. Il primo cliente che si ritrova al bancone sono io, gli dico «non passo un giorno senza bere», lui mi allunga una birra e con voce roca e dice «sono Batman», scoppiamo a ridere e da lì in poi cercherò tutte le sere di sfidarlo a braccio di ferro, lui mi dirà sempre «lascia perdere bello» e risate ed io giù a insistere...Poi una volta da ubriaco accetta. Un secolo dopo nello stesso Pub, un mezzo mutante indica a un suo amico una foto dietro una serie di bottiglie fluttuanti nell'aria e piene di un liquido fluorescente, nella foto ci sono io con il braccio spaccato che rido piangendo, sanguino, ho la pelle è squarciata e l'ulna di fuori
...E andata a finire che ho ammazzato batman!
Comunque
La forza delle sostanze chimiche che assumiamo sta nella certezza dell'effetto che hanno su di noi, questa è la realtà, quando il corpo e la sostanza si conoscono troppo, bisogna avere il coraggio cambiare...
A: Sostanza?
B: No il corpo.
Da qualche parte qualcuno ci ama, è preoccupato, ci odia, la pasta è sul fuoco e sta per diventare colla, è tardi e tu devi andare, ma sei fatto e a quel punto sei sereno e non te ne frega più un cazzo.
Gli innamorati si credono superconduttori, delle batterie organiche che ruotano felici nel mare della gioia insensata, cibandosi incuranti dei sentimenti che si rigenerano nell'umido dei loro umori, attendono, come i funghi carnivori, ignorano l'entropia che raffredda l'universo e sbriciola anche i biscotti più tenaci nelle vagine vecchie e logore di poetesse pazze che se ne stanno sui balconi autunnali con tazze di tisane alle erbacce in mano commosse di fronte al tramonto su un cartellone pubblicitario retroilluminato (senza virgole è più figo).
Le poetesse sono tutte masturbatrici compulsive.
Ai poeti non gli tira più.
Entropia portami via.
Dov'eravamo? Ah sì devi andare a lavoro, perché andarci? Bevi! Le balle più geniali ti escono quando sei nel torto, storto, basta anticipare il momento, se telefoni al capo che sei troppo ubriaco poi ti becca, fallo un po' prima, MA FALLO!
Sii uomo, ormai non sei più un ragazzo, tu non bevi per avere più coraggio, bevi perché è bello!
Se invece ami il thriller, appena hai bevuto il bicchiere che ti manderà nell'iperspazio, prima che arrivi in pancia e poi in testa, hai ancora cinque minuti, quelli buoni per la telefonata...rischia, FALLA!
Poi potrai attaccare il telefono e farti comparire un bel sorriso da bastardo sulla faccia.
Solo Billy Bob Thorton mi capisce.
T: Quando bevo sono creativo, il mio cervello è un caleidoscopio istrionico di pensieri che rotolano felici giù dalle cascate del nulla infinito, per poi affondare nel non esistere, il mare profondo dell'insensatezza più soave.
R: Si, comunque la figa è sempre la figa.
T: Quando bevo mi scappa la verità e la mattina dopo sono costretto a scusarmi con tutti.
R: Perché?
T: Vedi che fai anche domande sensate!
La verità è la droga di chi non ha più sogni.
Siamo troppi, tu che ne pensi? Nei quartieri degradati di tutto il mondo è ancora pieno di piccoli Maradona talentuosi, moriranno poveracci o diventeranno tutti calciatori famosi?

“Io sono sempre stato il ragazzino che faceva notare a tutti, che l'orsacchiotto più grande nello stand del tiro a segno è tutto impolverato”.

Magnum P.I.

Il perdono di Prometeo




Non ho mai perdonato nessuno perché prima di tutto non perdono me stesso.
Non mi perdono di essere nato in questo mondo, la mia incomprensione del quale è tale, da non farmi sentire neanche lontanamente simile a questa razza con cui non condivido nulla, nemmeno le sembianze. Già, non perdono il mio volto, mi guardo allo specchio fin da quando ho memoria, ma non mi sono mai riconosciuto, mi sento estraneo agli altri e al mio corpo. Non lo perdono questo sarx phaghein, sempre malato e bisognoso, la prigione che ho accudito per tutta la vita e che non mi ha mai dato nessuna soddisfazione, se non negli eccessi piacevoli di sostanze velenose a cui l'ho sottoposto per vendicarmi, appena ho capito quanto era debole e caduco.
Il sesso di per sé lo perdonerei, se non fosse così costretto dai dogmi religiosi, dal perbenismo e dai costumi mercantili in genere, tutte cose di cui riusciamo a liberarci (nel migliore dei casi) quando si comincia ad esser troppo vecchi per godere appieno dei piaceri carnali.
Non perdono la vita, perché combatte il pensare con tutte le sue forze, tanto più un essere umano è vivo e tanto meno pensa. L'inizio dell'esistenza coincide da subito con la lotta strenua per trattenere i pensieri, i quali peró, per loro natura viaggiano liberi nello spazio, inadatti ad essere contenuti ed espressi da creature così barbare. Lotta inutile la nostra, destinati come siamo con l'andar degli anni, ad assistere all'indecoroso disfacimento del nostro cervello. Gli istinti invece prevalgono sempre, rimanendo più forti della vita e per tutta la vita, anche nel corpo malato o morente.
Non perdono l'habitat umano, la terra è sempre stata inospitale. Nessun ambiente in realtà è adatto all'uomo, la natura ci è nemica, ma anche gli ambienti artificiali lo sono. Le mura e le strutture architettoniche urbane, sono state sempre e solo funzionali al potere dominante, piuttosto che al buon vivere comunitario. Gli enormi agglomerati, gli ammassi verticali di blocchi abitativi e le gigantesche arene commerciali di oggi, altro scopo non hanno se non il concentramento dei corpi. Questi blocchi di cemento che oscurano l'orizzonte non sono che le vestigia di una società capitalistica al collasso, le componenti logore e ormai inservibili del dispositivo dell'alienazione sociale, la malattia che si alleviava tutti i giorni col consumo indiscriminato di merci inutili.
Non perdono i miei nemici, perché se non non li avessi mai incontrati la mia vita sarebbe stata migliore. Chiunque con la propria ignoranza o con il corpo mi abbia usato violenza, meriterebbe di non esistere, è possibile altresì che siano essi stessi parte integrante di questo supplizio chiamato vita. 
Non perdono i miei amici, perché a lungo andare si sono sempre rivelati nemici, tutti attori mediocri per convenienza o solitudine, i pochi che mi sono stati cari, furono per me una scommessa, quasi sempre persa.
Non perdono la famiglia, perché quando sono nato si era già disintegrata, assieme al lavoro, alla coppia e a tutti quei valori tipici delle società passate, che esplodevano rigogliose e prospere come le piante a primavera.
Non perdono dio, perché se esistesse sarebbe imperdonabile.
Non perdono la speranza, che è andata in giro a braccetto con la religione per secoli, lavorando in terra per i potenti e altrove per la morte.
Non perdono i bambini perché sono protomostri, la natura li rende belli e irresistibili perché lì si accudisca con amore, ma appena si emancipano, mostrano la loro vera natura di scimmie, andandosene in giro distruggendo e divorando tutto l'esistente.

In fine non perdono me stesso, perché la mia incapacità di perdonare tutto quello che esiste, mi ha reso il demonio che sono; solitario e nero divoratore di libri e di sapere, alla ricerca di una verità che io già so esser celata alle cose umane, proprio a causa della loro natura miserabile e indegna.




I never forgive anyone, because first of all I do not forgive myself.
I can't forgive myself to be born in this world, my misunderstanding of it is such, that I don't even feel remotely similar to the human race, with which I do not share anything, not even the aspect. Yes, I do not forgive my face, I look in the mirror since I can remember but I never recognized myself, I feel like alien to other people and to my body. I do not forgive this sarx phaghein, always sick and needy, the prison that I have always looked after, the one that never give me any satisfaction, if not in the excesses of pleasant and poisonous substances with which I doped it, to take revenge on it, as soon as I realized how it was weak and frail.
I would forgive sex, if it were not so constrained by religious dogma, conformism and mercantilism in general, things that we get rid of (at best) when we are too old to full enjoy the carnal pleasure.
I do not forgive life, because it fights thoughts with all it's strength, the more a human being is alive, the less he thinks. The beginning of existence coincides for the human being, with a strive to hold the thoughts, which however, by their own nature free float in outer space, unfit to being contained and expressed by creatures so barbaric as we are. That fight is useless, because in oldness we are destined to witness the undignified crumbling of our brain. Instinct instead always prevail, it remain stronger than life, even in sick or dying body.
I don't forgive the human habitat, the Earth has always been inhospitable for us. No environment is actually suitable for the human race, nature (like artificial environments) is the enemy. The nowadays huge agglomerations, the vertical clusters of residential blocks, the gigantic commercial arenas, have no other purpose except the concentration of bodies. These concrete blocks that obscure the horizon, symbolize the collapsing vestiges of the capitalist society, the worn and useless components of the social alienation device, that was used to generate the disease alleviated every day, by the indiscriminate consumption of unnecessary goods.
I do not forgive my enemies, because if we'd never met, my life would be much better. Anyone who, by his ignorance or his body wounded me, he deserves to have never existed, it is possible also, that he is an integral part of this torture called life.
I don't forgive my friends, because in the long run, they have always revealed themselves as enemies, they were mediocre actors, led by convenience or loneliness, and when I cared about few of them, it was a bet, in most cases lost.
I don't forgive family institution, because when I was born it was already disintegrated, along with job, marriage and all those values typical of past societies, exploding lush and prosperous as the spring plants.
I do not forgive god, because if it had existed it would be unforgivable.
Don't forgive hope that goes around arm in arm with religion for centuries, always working on Earth for the establishment and elsewhere for the death.
I don't forgive children, because they are proto-monster, nature makes them beautiful and irresistible, because they have to receive love and care, but as soon as they become emancipated, they show their own true nature of monkeys, going around destroying and devouring everything exists.

In the end I do not forgive myself, because my inability to forgive the existence, make me the devil I am. I'm the lonely and black devourer of books and knowledge, forever looking for the supreme truth, the one which I already know hidden to human race, precisely because their miserable and unworthy nature.


                                          

Nicolas-Sébastien
Forte, fortissimo
Ode alle gesta d'ira funesta

Non sono rughe intorno ai tuoi occhi, ma vetri rotti. Un maiale è caduto dal camion e piange in mezzo alla strada, poverino si sente escluso, il carnefice lo ha lasciato indietro.

Comunque

La vita è una festa e la festa è questa: gli alieni sono ospitali e gli alienati no, si lamenta chi è stanco e si stanca di più lamentandosi e stancandosi mentre si lamenta, stanca gli altri arrivati lì già stanchi.
Una faccia nuova, un pene sempre duro, una tetta liscia e gelatinosa su una pancia rugosa.

smart phones for dumb people.

Tu non sei una persona, sei la cornice enorme di un quadro minuscolo.
Dimenticati di far la spesa è il primo passo per smettere di aver cura di te, vai così, fallo!
Tutto questo malessere è cominciato da qualche parte, limpido cristallino come una piccola fonte di montagna.
Scoprire perché è successo mentre ti sta succedendo è inutile, o anticipi o reagisci. Si analizza prima o dopo, farlo nel durante è da idioti, è come fermarsi a pensare al centro del campo, durante una partita di football.
Mi fa male il cuore, la spalla, lo stomaco e il capodanno. Sarò il vento caldo della stanchezza, non lascio indietro nessuno, sono il bacio leggero di morte che ti rimbocca le coperte la sera, lo sento
comincio a piacerti...son cazzi tuoi.
Uno ceffone è essenziale, bisogna saperlo prendere e darlo è una grossa responsabilità.
La società dove non volano più schiaffi è questa. La società è questa perché non volano più schiaffi.
L’ira non è frustrazione, la frustrazione è sua cugina sfigata, drogata, alcolizzata e fallita.
La rabbia è meglio di un acceleratore di particelle, costa di meno e serve a qualcosa. La rabbia è un buco nero, collassa il tempo, lo inverte, immobilizza tutti, cattura l'attenzione più degli schermini da passeggio, l'incazzatura è l’unico modo per recuperare il rispetto perduto (o perderlo del tutto).
Indignati, esercita l'ira, scarica il fuoco, solletica il tuo grilletto emozionale. L’ira è grande è un fiore nascosto in un giardino di sangue, la spezia più sacra della dea Parsimonia, la scintilla divina negli occhi degli uomini giusti, il fulmine luminoso e potente che folgora le scimmie vigliacche.

Il mondo era pieno di vita quando c’era Ira.

Accetta la verità, escludi gli amici del bel tempo, chi ha già preso schiaffi sa quanti dartene, chi non ne ha mai presi potrebbe anche ucciderti, sfinirti un po' alla volta, annoiarti, sfruttarti, parlarti si sé o di politica, troverà un modo credimi, lo troverà.
Morte la Rabbia e sua sorella l’Ira, non rimangono che corpi ammassati, carne replicata e vuota di vita, su sedie da ufficio o sedili di stufe semoventi, divani, poltrone, sacchi di pelle afflosciati sui crani, facce affettate e sorrisi pornodementi.
Corpi
accalcati
nudi
stanchi e sudati.

Riprenditi,
parti da te

datti uno ceffone
ora!
Ma forte
FORTISSIMO!

I protoestinti

Gli amici elettronici si insinuano tra i fili della tecnologia, ombre, dietro le macchine elettriche e dentro, per arrivare sino a me, senza pietà per lo spazio e il tempo. Un altro bancone, un'altra festa di compleanno, un'altra cena, un altro progetto geniale di vendita o guadagno.
Anche io ho un progetto, vomitare e fottere, in tutti e due i casi sono favorevole, sono pro-getto.
Protoestinti.
Magri, sudati, seduti e mostruosi, esausti. Tutti fusi nel flusso catodico della nuova socialità omologata e spacciata, come sempre, per libertà di scelta.
Il fuori non esiste più, la natura si guarda attraverso gli schermini da passeggio. Intanto le fauci lente e implacabili del cemento, continuano serene a divorare tutto l'organico.
Fuori da cosa? Fuori dalla stanza? Fuori dal parcheggio? Fuori dal cortile? Fuori da lavoro? Fuori dalla città? Fuori dall'albergo?
Nel fuori ormai ci muori, perché hai vissuto troppo poco fuori.
Non si va da nessuna parte, non prendetevela a male, ma non penso che si possano spendere milioni di dollari per fare Terminator e poi mancano i soldi per andare sulla Luna, ma quali soldi? Per andare sulla Luna serve del denaro? E se dovessimo cominciare davvero ad esplorare lo spazio che dovremmo fare? Cercare bancomat spaziali qui e là per fare il pieno all'astronave?
Facce come schermi colorati, sorrisi di vetro consumato, sintonizzati sull'utile e il piacevole per tutta la durata di un'esistenza catatonica e disfunzionale, dentro o di fronte a macchine perfettamente funzionanti.
Custodi.
Questa più che scrittura è fastidio.
Spiegare agli altri ciò che scrivi è come spiegargli un orgasmo, nel migliore dei casi sembri scemo, e (brutta "e") apparire scemi senza vergognarsene suscita disgusto.
A: L'enfer, c'est les autres?
B: Troppo facile tirarsi fuori.
Se non sei ubriaco e sorridi, vuol dire che non sei delle mie parti.
L'unica occasione di cogliere un po' di niente assoluto da vivi è il silenzio.
Sforzarsi di tacere cercando di non incappare nel tranello della felicità terrena, quella che passa sempre attraverso gli altri.
Se chiudo la mano e ci guardo dentro, si realizzano le due condizioni più distanti da me in assoluto, il silenzio e il buio...ed è lì il mio paradiso, dove fluttuano placidi i pensieri non ancora nati. Così si sta nello spazio profondo, in pace, niente gente, niente rumore, niente figure di merda.
La giornata comincia, i muri, le scatolette di metallo con le ruote, le scritte pubblicitarie che continuano a inquinare impietosamente la purezza degli spazi aperti. Bocche voraci che cercano di inghiottirmi fin dal primo mattino. Vogliono trasformarmi nel papà del mulino, in un fotomodello, in un creditore, in un pilota, in un fumatore, in un gay travestito da eterosessuale o il contrario...vale tutto, sono brutto, resisto!
Il denaro per i ricchi è una garanzia di invariabilità del loro status, per i poveri è una promessa di ricchezza che non arriva mai.
Attesa....gratta e perdi, gratta e perdi, gratta e perdi...attesa.
Lo scopo ultimo della pubblicità è riempire tutti gli spazi tra gli atomi ancora liberi sul pianeta. Ammàlati di felicità!
Voglio diventare ricco e travestirmi da povero, adottare bambini a distanza, fare beneficenza, vestirmi di umiltà e immergermi nella bonarietà panzuta dei salotti romani. Voglio modificarmi geneticamente per poter respirare un'aria fatta di denaro nebulizzato in microparticelle volatili.
Il mio corpo è generoso, se mangio banconote cacherò il resto in monetine.
Sopravviverò al mio successo senza fare feste in piscina, non le faccio, lo giuro!
Gratta e perdi, gratta e perdi, gratta e perdi.
Il grande capo dice che la terra merita piante, tante, altro che esseri parlanti, piante. Più piante e meno parole. Gli indiani d'America dicevano che gli uccelli volano perché non parlano, le parole pesano, per questo gli esseri umani non volano, perché sono pesanti.
Le macchine diventano liquide ed esigono spazi organici, li occupano, li contaminano, si sostituiscono ad essi. La tua automobile, il tuo computer e le tue protesi saranno con te al tuo funerale e non piangeranno, resisteranno al fuoco della tua cremazione, loro sono forti, solide, tu non sei niente. Sei un incubatrice organica, tu morirai perché il seme contenuto in te sopravviva in un altro ospite.
A: Mi sto intristendo
B: Non farci caso, è solo chimica.
Cyberfonzie sogna una vita vera, che tende al nulla ed è utile al Tutto.
Il Tutto deve implodere in un enorme nube di gas aromatizzata al Big Babol.
Il Tutto non esiste. 
Il Tutto deve collassare con un rumore sordo che schiacci i monitor di questo pianeta e restituisca Facebook al nulla a cui appartiene.
A: Quel libro mi ha talmente emozionato che lo leggo e rileggo
B: Fatti una vita vera
Avere una vita basata su un sistema di valori che non trova complici, è come urlare poesie da soli in mezzo ai reparti di un manicomio abbandonato. Io l'ho fatto, ho cercato di evitare gli elettrosaldatori delle fabbriche intorno, quei mostri non mi hanno sbranato, ma in fin dei conti ho solo evitato il portone davanti per rientrare dalla porticina sul retro, im-piegato.
Chi vola non si sente mai solo.
Il cervello espanso è come un palloncino di Crystal Ball, rimbalza lento ed è bello da vedere, è liscio e morbido, ma non tornerà mai alla sua forma originaria, tutt'al più si sgonfierà lentamente, sarà la mancanza di ossigeno ad ucciderlo. Il cervello espanso non sarà mai più incastrato, non sarà mai più piccolo e ignorante, mai più solido.


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La vita di chi non si emoziona facile è come un monumento alieno nel deserto, una certezza bellissima e imperturbabile.
Ma in tutto questo, dove sarà il cadavere di Mike Bongiorno? 
A: Ad agosto ci sono le vacanze
B: Si, è quando si tolgono tutti dai coglioni.
Il suolo intorno a me è pieno di mostri, devo scriverlo, mostri.
Automi di carne ciechi, opportunistici e confusi, che vogliono il prosieguo della specie senza rendersi conto che raddoppiano ogni cinquant'anni. Carichi di energia da sprecare, come i preti giovani, come i venditori, come le pile.
Uomo, chi potrà mai criticare il tuo amore infuso e rivelato, Dio lo glorifica, l'umanità lo supporta, la società lo incoraggia...e allora vieni a dio!...o vieni e basta.
Se tutto quello che fai è peggiorare il Tutto e lo fanno tutti, allora è legittimo...Fallo!
Donna, animali e specie vegetali varie si estinguono ogni giorno perché i tuoi capelli possano essere lucenti, sei una Dea, sei un fiore, perché non dovresti duplicarti? Fallo!
Il mare non ha pietà, tu lo ami, ma lui non ha pietà.
Sei ecologista? Lavati il culo solo con l'acqua.
Sei ecologista? Non fare figli.
Sei ecologista? Bevi l'acqua del rubinetto.
Una signora porta la sua gatta dall'allevatore, i due controllano le rispettive bestiole, le toccano, ispezionano i denti, alla fine approvano, si stringono la mano e li mettono in una stanza sperando che si duplichino.
Gatto e vinci, gatta e vinci...Attesa. 
I gatti si azzuffano, si mordono e poi si nascondono dietro ai mobili, scrutandosi con sguardi diffidenti e circospetti, alla fine lo fanno, così, come due mostri ciechi, con lo sdegno meccanico di chi deve, imbarazzandosi dell'ultima goccia di istinto che li rende ancora simili ai gatti di strada.
A: È così che nascono i figli della nobiltà?
B: Si.
I figli dei poveri invece sono quasi sempre riconoscibili, come risultanti di mescolanze consanguinee accidentali e neanche troppo lontane, sono tutti un po' simili nei lineamenti, brutti, troppo grassi o troppo magri...strabici.


Cazzo! Sono un figlio bastardo della povertà! Quello che mi manca è un pedigree!
Fuggirò da tutto questo, pattinando a piedi nudi sul ghiaccio nero di questa malvagia memoria collettiva.
Abbasso la storia dell'umanità.
Lo sai? Mentre mi parlavi, il mio cervello era bombardato dalle scariche elettrocorticali delle idee che corrono lungo i fili degli aquiloni dei miei pensieri, e poi giù, scuotendo la mia colonna vertebrale fino a scaricare a terra, sul solito prato sporco di ignoranza antistatica che è il dialogo futile, quindi pensaci...quanto poteva fregarmene?
Per controllare le nascite, i padroni del mondo hanno assunto una adolescente nuda, si chiama America, è coperta di petrolio e armata di uzi e siringhe piene di zucchero, nicotina e colesterolo.
Ci siamo innamorati tutti, è successo un casino.
Le panchine sono morte da decenni, sulle panchine ci stanno i vecchi che aspettano di morire, mentre tu corri a destra e a sinistra cercando di cominciare una vita che non parte mai, le panchine ti aspettano...se ci arrivi.
A: È vero, stanno scomparendo le panchine!
B: La tua ce l'hai già, si chiama monitor.
Gli industriali danno un ultimatum al governo: via per sempre le panchine, chi sta fermo muoia, chi non consuma è inutile.
Via per sempre le fontane pubbliche, sono piene di batteri, aria in lattina!
Aria di montagna, aria di bar, aria di sesso, tre lattine al prezzo di una.
Via per sempre i bagni pubblici, cacare gratis è roba da poveri.
A: Scusi c'è un bagno?
B: Si, prende qualcosa?
A: No le lascerei uno stronzo ma vedo che c'è già.
Il potere non vuole che i pezzenti vengano fuori, è una questione semplice, ogni pezzente che esce dalla zona fredda, si scalda e sottrae calore alla zona calda, se un ricco dà i soldi a un altro ricco il caldo rimane al caldo. Certo, il sistema tende a raffreddarsi comunque, ma se i pezzenti rimangono tali, la fine dei ricchi arriverà più lentamente, entropia sociale.
Rimarrai povero almeno che non rubi o vinci alla lotteria.
Gratta e perdi, gratta e perdi, gratta e perdi.
L'antenato di ogni uomo ricco è un ladro.
La vita è talmente ingiusta che mi sbocceranno dei fiori dal culo, prima che gli Dei assurdi che vi siete inventati permettano che qualcosa di giusto possa succedere davanti al loro cospetto.
A: Ma secondo te dio è cattivo?
B: Di sicuro non può essere tanto distratto.

Non c'è altro che questo, ci sei tu su una pietra sospesa nello spazio, una pietra piena di altri esserini che si comportano come un cancro e divorano tutto, fottono, uccidono, crepano e poi ricominciano da capo (convinti che il loro mondo non finirà mai).
Fattene una ragione, sei talmente piccolo e insignificante che hai dovuto inventarti qualcosa di più grande di te per non sentirti la merdina che sei. Ci sono solo brevissimi attimi di calore umano casuale, in mezzo a tutto questo niente degenerativo e caotico che tende e tenderà, sempre e comunque
ad un freddo
nulla
assoluto.

La vita è assurda e inutile...e va sprecata,
tutto qui.


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È il mio, il mio collasso preferito

Affondo vestito in un divano tirandomi dietro il copriletto e uno scialle, scena già vista.
La stoffa è la mamma di tutti, copre le vergogne, combatte gli inverni al posto tuo, è trascurata come te ma puzza sempre un po' meno, insomma, una certezza che è uguale dappertutto. Tra le sue montagne e negli interstizi tra i cuscini, i miei pensieri sconnessi ritroveranno anche stanotte quel che cerco da sempre, il mio oro, la perdita di conoscienza. Il sonno chimico dell'alcol che è insieme pace, morte e preghiera.
Morfeo tiene in mano il mio cervello fatto di mosche vibranti, se ne stanno lì, pronte a spiccare il volo, ma in realtà restano immobili. Alla fine la testa si fa più leggera, gli amici perdonano gli amici, i padri perdonano i figli, gli amanti e gli elettori perdonano tutto. Lasciare il corpo con la supponenza di chi sogna lontano dai sogni, diventare materia inerte

...e dopo tanto vivere inutile, librarsi, guardando dall'alto l'incedere iniquo delle cose terrene.

mosche...bzzzzzzz

Ci si raggomitola, accartoccia, si affonda e si muore felici tutte le notti.
Enormi uccelli silenziosi planano su un mare caldo di sonno senza scogli.
Poi il fastidio si fa breccia sin dentro le mie morbidezze, un segnale dall'universo dei vivi: devo pisciare!
Sto per visitare l'inferno ma non lo so ancora, mi alzo dal divano come quando ero bambino, salto giù deciso, convinto delle mie forze e ancora pregno dell'energia dei sogni, ma questo è l'aldiquà, ed entrare negli specchi è più difficile che uscirne.
Ho la pancia ancora piena di pesci burro e vodka, barcollo, rischio di inciampare sui nervi viscidi scivolati fuori dalla mia colonna vertebrale, rallento, le gambe mi cedono. Dalle mie viscere sorge la mano nera di demone che comincia a muoversi dall'interno, si dirige verso il cuore bruciando tutto. Entro in bagno e freno, mi tengo al lavandino, un pavimento di panettoni neri mi vuole inghiottire, ignoro lo specchio. Un senso di debolezza e un dolore fortissimo al petto crescono insieme, con forza. Intuisco che il mio corpo sta per cedere, non so se per svenire, morire o tornare ai miei sogni di prima. Attraversando metallo, plastica e vetro, una lama di luce al neon entra dal cortile nella finestra del ...bzzzzzzzz mosche

ecco l'attimo

qualcosa trafigge la penombra
Con l'occhio vedo il mio occhio, lo specchio mi cattura!
cado giù
come corda nell'acqua
vado
prima piano, poi veloce, trascino con me flaconi e boccette, la mia testa sbatte o si appoggia per terra, sono di fianco al water, ma me ne accorgerò solo dopo, so cosa sta succedendo ma non sono ancora lì, nella mia testa sto ancora cadendo. Uno spillo di ghiaccio trafigge il mio cuore in volo, il dolore cede il passo alla vertigine.
Sto morendo
sono mortale
o sono ancora nel mondo dei sogni?
Magari sono ancora sul divano.
No, sono davvero per terra, cerco di farmi forza, tirarmi su, combatto la sensazione di morire usando la spada del raziocinio. Nel frattempo, una vecchia cagna senza pelle chiamata paura, mi sta sbranando furibonda la schiena.
Il pugno nero continua a stringere, le unghie del demone mi iniettano anestesia e brividi, le sento penetrare in profondità nelle carni, tutto mi sta abbandonando, in un PLOP il mio cuore si smaciulla, si ferma, lo sento, non pompa più vita.
È come il dolore di un cazzotto in faccia, che dura settimane, ma è concentrato nel petto, ed è forte.
Sono ancora sdraiato, sto male, muovo sconnesse le braccia e le gambe, l'aria diventa acqua, non respiro, provo ad emettere un rantolo ma rimane un sibilo.

Sono un insetto ferito in un mondo alieno.

Non penso a niente, non penso a nessuno, non ho nessuno da salutare.
Vorrei solo trasformarmi in polvere, evitare le offese continue dell'esistere.
Mi rassicuro, sono polvere, non marcirò.
Se solo un vento che spacca tutto venisse a spazzarmi via, penso,
se solo avessi aperto la finestra del bagn..
e svengo...

...bzzzzzzzz...mosche.